FIRENZE. La banalità non è mai stata nelle sue corde. Stavolta, Roberto Latini va ben oltre lo scibile e l’immaginabile e affonda la lama dell’introspezione in una dimensione storica, epica, religiosa, sovrannaturale, (con)fondendo la scrittura evangelica, se non blasfema, quanto meno apocrifa, di Pier Paolo Pasolini e quella parte secondo Matteo nella quale il ruolo del protagonista è ricoperto dagli altri, dai passeggeri, dai bambini. Ed è a loro che l’Anghelos si rivolge, da subito, quando il palco del Teatro di Rifredi, a Firenze, è ancora avvolto nel buio e l’unica cosa visibile è una maschera, rossa, che aspetta di essere indossata. Se la metteranno tutti, i quattro protagonisti: Elena Bucci, nei panni di Ecuba, che lamenta l’uccisione dei suoi figli intrecciando il proprio dolore con quello dell’incertezza di Maria in dolce e spirituale attesa; Marcello Sambati, con un fil di voce, di un Giuseppe stremato dall’interminabile pellegrinaggio verso l’Egitto, ma di ritorno a Nazareth, giusto in tempo per assistere a quell’unica paternità e accettarne il dono; Luca Micheletti, spavaldo e irritante Demonio, caduto in disgrazia ma senza aver perso, nella discesa, l’umorismo e l’ironia e poi Roberto Latini, l’Angelo, che pone e si pone la domanda che avrebbe dovuto e dovrebbe scuotere l’umanità: chi cercate? Sullo sfondo, a incalzare i ritmi delle quattro rappresentazioni, che calzano, tutti, scarpe rosse, nel nome della violenza sulle donne, sulle sorelle, sulle amiche, sulle madri, le tastiere di Gianluca Misiti e la batteria di Piero Monterisi, che non sono la colonna sonora della rappresentazione, ma il quinto indispensabile personaggio di una commedia che occorre (ri)vedere almeno una seconda volta, per riuscire a distinguere e digerire tutto e tutti. Occorre la replica, perché nella prima visione si contestualizzano i personaggi, si rispolvera la memoria sugli scritti di Euripide, su quelli di Giambattista Andreini, sulle immagini di Wim Wenders, sulle dottrine di Rainer Maria Rilke, sulle disquisizioni filosofiche di John Milton e sulla trasposizione cinematografica del visionario Pier Paolo Pasolini; nella seconda, che ci è mancata, avremmo voluto collegare il dolore, la disperazione, la ricerca, le risposte che i quattro personaggi lasciano planare sulla platea, affinché ognuno degli spettatori, tornando a casa, si chieda a chi e cosa si deve dare risposta. Probabilmente ai bambini, ma non solo ai nostri, intesi come appartenenti al nostro nucleo familiare, ma ai bambini di tutti, che sono anche, eccome, i nostri, ai quali dobbiamo, rigorosamente e necessariamente, dare risposte, il più delle volte prima che loro ci pongano le domande. Perché è tutto una questione di angolazioni, di sguardi; dobbiamo avere ben presente il fuoco degli occhi di chi guarda il mondo e metterci nelle condizioni di dare, allo scempio in atto, risposte che abbiano un senso, o che quantomeno, riescano a giustificarlo. Operazione improba, impossibile, falsa, letale; nessuno di noi potrà, in alcun modo, giustificare e legittimare la violenza in atto ed è per questo che ognuno di noi ha il dovere di intercettare l’Anghelos che volteggia sopra la propria testa e chiedergli: chi stai cercando? Per quelle destinazioni non esistono percorsi, né tanto meno suggerimenti stradali, né aerei. Nemmeno googlemap è in grado di fornire direzioni sicure; nessuna rotta è segnalata, se prima di scrivere nomi, cognomi e indirizzi gli uomini non creano le condizioni affinché i figli siano in grado di essere individuati e possano così ricevere. Il dono. I doni. Urgono risposte, in tempi brevi, perché l’Anghelos, chi sta cercando, lo sa perfettamente. Siamo noi che dobbiamo smettere di nasconderlo perché non sappiamo cosa dirgli.
