di Monica Cedrola
PISTOIA. Va in scena 456, al Piccolo Teatro Mauro Bolognini, scritto e diretto da Mattia Torre. E anche se questo straordinario sceneggiatore, autore teatrale e regista, è prematuramente scomparso nel 2019, lo spettacolo continua a incassare malinconiche riflessioni e consensi plebiscitari, grazie, soprattutto, alla bravura dei suoi protagonisti, sorretti dall'attento coordinamento di Francesca Rocca. È la storia di una famiglia, padre (Massimo De Lorenzo), madre (Cristina Pellegrino) e figlio (Carlo De Ruggieri), ignoranti, diffidenti, nervosi, molto nervosi, perché chiusi e isolati dal resto del mondo, in mezzo ad una valle. La scena si apre con pochi semplici arredi, una cucina dove manca, a impatto, il calore familiare, in cui, invece, fin da subito, si avverte una tensione che si può tagliare con il coltello. Una pentola in cui continua a bollire un sugo di pomodoro lasciato dalla nonna morta anni prima e che l’uomo e la donna continuano a rabboccare, quasi a voler rappresentare uno stato delle cose fermo, una quotidianità che non deve essere stravolta. E questa imperturbabile realtà si gioca tutta su poche azioni: i protagonisti litigano, si lanciano accuse e parole odiose, pregano, ma ognuno di loro insegue un proprio sogno, un proprio filo di pensiero alla ricerca di qualcosa che possa sovvertire questo modus vivendi. La tregua alla loro mediocre esistenza sembra delinearsi con l’arrivo di un ospite atteso da tempo (Giordano Agrusta) che sembra riempire la scena e conferire speranza a ognuno di loro. Tutto è pronto, tutto è perfetto; la madre, addirittura, sola in questo microcosmo maschile, attende la venuta della moglie dell’ospite, la francese, quasi come se fosse una presenza salvifica, una presenza che possa essere a lei solidale ma che purtroppo sarà ancora assenza. In questo piccolo universo familiare in cui gli individui sono gli uni contro gli altri, per grettezza, incertezza, diffidenza, paura e arretratezza culturale, si consuma inarrestabile la vita nella quale verranno meno tutte le aspirazioni proprio perché manca loro un obiettivo comune, manca quell’unità e quell’armonia di intenti di cui la famiglia dovrebbe farsi portavoce. E questo lo avvertiamo soprattutto nel finale quando il padre rivela alla moglie e al figlio di aver investito il gruzzolo di famiglia, a loro insaputa, trattando un vero affare con quell’uomo che avrebbe dovuto rappresentare un futuro diverso per ognuno di loro. Il figlio avrebbe voluto quella somma per andare via, per cercare nella Capitale il riscatto; la donna, per una nuova pentola e forse, metaforicamente, per una nuova condizione di vita in cui potesse far valere il suo ruolo. Ma il padre ha avuto un progetto diverso, meno idealistico, più concreto. Questa commedia, dal sapore amaramente pirandelliano, riesce nel finale a disvelare il suo messaggio più nascosto, quella verità che va al di là di tutto quello che ci saremmo aspettati, perché in effetti una chiusura con i protagonisti che si uccidono a vicenda ce la potevamo immaginare, ma quel commento del padre buttato in faccia al figlio come un sasso, no; ci lascia la stessa sensazione di Laudisi quando ride ed esce di scena in Così è (se vi pare). In fondo quello che conta davvero nella vita è la morte, ecco che il velo di Maya si squarcia, e allora: perché non comprare tre bei loculi, di quelli che solo i ricchi si possono permettere? Il 4, il 5 e il 6, l’uno accanto all’altro, come una famiglia. In quell’attimo, al contrario, la famiglia si distrugge perché non ha avuto mai dei valori aggreganti. E improvvisamente, a sorpresa, sullo scenario di fondo, appare 456, quasi a voler ribadire quello che conta. Poco più di un'ora di un avvincente susseguirsi di dialoghi, silenzi e risate (amare), ma ricca di significati e di simboli, che ci restituiscono la vena narrativa di Mattia Torre e ci colpisce nel profondo. Massimo De Lorenzo, infatti, ci ha riferito che ciò che faceva divertire di più l’autore era aver rappresentato la famiglia, che doveva essere il nucleo più forte e compatto della società, un luogo di sicurezze e di certezze, di unità e di protezione, come uno dei luoghi più pericolosi, dove addirittura si rischia la vita, si avverte addirittura il senso claustrofobico di questa convivenza, dove ognuno scarica sull’altro le proprie paure e frustrazioni, un po’ come avviene in tante stragi familiari di oggi. Sono molti, comunque, gli elementi che rendono, quest’opera, particolare, come l’ha definita Carlo De Ruggeri: innanzitutto la lingua, questo miscuglio di dialetti che vuol farsi interprete metaforicamente della difficoltà di elaborare un pensiero compiuto e un dialogo effettivo, e poi un arricchimento più critico che si è cercato di dare a tutto l’insieme tentando di dare un approccio diverso a quell’atteggiamento culturale pressappochistico che abbiamo spesso in Italia. Infine, molto convincente, anche il punto di vista dell’unica interprete femminile, Cristina Pellegrino, che ci restituisce Maria Guglielma, un personaggio molto faticoso ma allo stesso tempo divertente, una madre, una moglie, una donna, che in quell’universo prettamente maschile è probabilmente la più forte di tutti, una forza indomita che lotta per non farsi schiacciare, per far valere il proprio ruolo e, cosa non di poco conto, come rileva, ci prova fino all’ultimo arealizzare i suoi sogni, seppur miseri.
