PRATO. ​La dissoluzione emotiva ed emozionale dei nostri giorni è ormai invasiva; nessuno escluso, soprattutto per le generazioni più recenti, quelle nate sui social, tanto per intenderci, figlie di padri e madri che potrebbero e dovrebbero per lo meno tentare di fare da filtro, se solo sapessero, potessero, ne avessero forza e ragione. La panacea è la dittatura, inutile girarci intorno – e non solo per questo abominio socioculturale – o decidere, per salvezza personale, per autotutela, per diritto alla conservazione della specie intesa come organismo ragionevole e ragionante, di scendere dalla giostra, uscire dal giro e sopravvivere su altre lunghezze d’onda, che non contemplano tutto quello che contraddistingue la contemporaneità. Il Teatro, come il Cinema, come la Musica, come ogni branca dell’Arte che si possa e debba rispettare, fa parte di quei meccanismi culturali che potrebbero, se solo volessero, alzare il muro delle difese organiche e provare a scuotere le masse lobotomizzate dal panurgismo imperante; per farlo, però, non bastano le pseudo denunce, come quella portata in scena da Vincenzo Nemolato, napoletano doc che ha diviso e condiviso i sogni adolescenziali con molti dei suoi coetanei che non sono diventati attori, rimanendo intrappolati a Scampia, a Le Vele, nelle migliori delle ipotesi, o a Secondigliano, come epilogo inevitabile, che assieme a Monica Buzoianu, l’amichetta conosciuta su una delle tante applicazioni informatiche, ha portato in scena, al Magnolfi di Prato, in prima nazionale, Changing the sheets. Che è la storia, ormai conosciuta in ogni specifico dettaglio, anche perché son tutte uguali, di un incontro fisico che nasce nel virtuale, si consuma nello spazio di quattro incontri reali (eccezione aritmeticamente forse un po’ troppo generosa) per poi esaurirsi, e senza naufragare, tra l’altro, proprio come si mangia un panino in un grill autostradale. Vincenzo è timido, decisamente frustrato; il suo documento di identità sui social lo ritrae sicuro, spavaldo, abile e appagato navigatore seriale; Monica invece non ha bisogno di fingere: è una vera e propria divoratrice di uomini, che divide l’appartamento, parecchio underground, con un’amichetta ricca, ricca, che ogni fine settimana si ritira dai propri genitori lasciandole completamente libera l’alcova per qualsiasi tipo di incontro. Vincenzo è un guaglione che si è adeguato alle normative interrelazionali vigenti, ma che vorrebbe ancora sognare e che sogna di incontrare una donna con la quale condividere i suoi sogni di amore; Monica, invece, dell’amore e degli uomini che sognano l’amore, non sa che farsene. Preferisce, nei suoi incontri sistematicamente vacui, ragazzi che non si lascino coinvolgere e soprattutto che non abbiano la minima intenzione di volerlo fare. La rappresentazione, fisica, ginnica, moderatamente volgare e scurrile e decisamente all’altezza della soglia d’attenzione degli spettatori che rinunciano a stento, durante lo spettacolo, a lasciarsi tentare dal vedere, sui propri telefonini, cosa dica a ognuno di loro la chat, merita il plauso teatrale; si vede da lontano come l’ex scugnizzo e la rumena di teatro ne mastichino a sufficienza, tant’è vero che questo adattamento del testo dell’irlandese Harry Butler vede la coproduzione del Teatro Metastasio di Prato e del Teatro di Napoli, con la collaborazione di CIDIPI srl e con il sostegno della residenza artistica C.Re.A.Re, ai quali sfugge, probabilmente, l’idea di consegnare al Teatro le chiavi della Rivoluzione, accontentandosi di confezionare un prodotto che incontri, inevitabilmente, il gradimento epidermico, emotivo e superficiale del pubblico, che sorride a qualche battuta onestamente simpatica, che si immedesima, senza confessarlo, in parecchie situazioni portate in scena e che si rincuora al cospetto dell’inappuntabile conclusione che così è, che vi paia o meno.

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