PISTOIA. Non si è preso tutte le licenze di cui ha fatto incetta in Natale in casa Cupiello, ma anche stavolta – e con chi, tra l’altro – Antonio Latella ha nuovamente deciso di rivoluzionare un testo sacro, come lo è, insindacabilmente, Riccardo III, proponendolo al pubblico del Teatro Manzoni di Pistoia senza decontestualizzazioni, né inutili pindarismi, ma consegnandolo alla bramosia e alla voracità degli spettatori come un’opera esaltatrice del male assoluto, chirurgico, spietato e non affidandolo a un povero e orribile sgorbio della Natura. Non a caso Riccardo III non è un qualsiasi impresentabile mostro, ma un Vinicio Marchioni in splendida forma e come se non bastasse che spunta, serpente tentatore, subdolo, viscido, nel bel mezzo del palcoscenico, dall’interno di un cedro (la torre del Castello), in totalwhite, in un giardino che si può ipotizzare essere quello dell’Eden, cosparso di candore di fiori di gardenia in cespugli e alcune rose, bianche, in secchi di metallo. Al cospetto di tanta beatitudine ambientale, il Male, stavolta, non si incarna in qualcosa di esteticamente sgradevole. Anzi. Il Male, stavolta, è la sfumatura maestra della Vita, quella che nel 1925 Eugenio Montale trascrive in Ossi di seppia e che Antonio Latella, ben lungi dall’indifferenza come illusoria panacea, affronta ed esalta, senza esentarla dall’inesorabilità della tragicità della fine dalla quale non può sottrarsi. Con Riccardo III, sul palco di un Manzoni pieno e attonito, religiosamente attento alla riproduzione del regista nei confronti del capolavoro shakespeariano, tutti i personaggi iscritti alla tragedia dal commediografo inglese: la Regina Elisabetta (Silvia Aielli), la Duchessa di York (Anna Coppola), la Regina Margherita (Candida Nieri), il trino e uno Clarence – Re Edoardo - Stanley (Annibale Pavone), Lady Anna (Giulia Mazzarino), il vincitore finale, Richmond (Sebastian Luque Herrera), il Custode esecutore (Flavio Capuzzo Dolcetta), il Principe Edoardo (Luca Ingravalle), Hastings, nonché anche il Sindaco (Andrea Sorrentino), e Bukingham (Stefano Patti), ognuno pedissequamente attento e preparato a non declassare mai, nemmeno per un battito di ciglia, la velocità incalzante delle diatribe, sempre sottoposte alla spietata logica maschilista imperante, con Femmine costrette ad arrendersi alla totale, sprezzante, irriverente voracità di Riccardo III, ma animate e armate da un manifesto desiderio di vendetta, che solo nella battaglia finale troverà il suo ristoro. Di Shakespeare - e dei suoi capolavori -, i Teatri di tutto il mondo ne vantano maiuscole rappresentazioni e se alla guida di questa nuova lettura non avessimo saputo esserci Antonio Latella, molto probabilmente, la nostra poltroncina rossa, gratuitamente riservataci dalla Direzione del Manzoni, sarebbe stata occupata da un qualsiasi altro spettatore pagante. E invece, il Regista, che è veramente uno di quelli che fa la differenza, anche stavolta, seppur meticolosamente attento alla composizione di ogni rigo musicale dello spartito, ha voluto, senza protagonismo alcuno, ma con il desiderio di rivitalizzare e contestualizzare un’opera, che nella sua magnificenza potrebbe iniziare a soffrire i primi acciacchi dopo oltre cinque secoli di storia, rendere linfa, con una buona dose di spudoratezza, al diaframma, alla scenografica e all’ambiente dell’intera costruzione, trasformando quel Male detestabile, originario nella scrittura del suo Autore, ma comprensibile e giustificativo, perché si materializza sotto le mentite spoglie di un incidente della Natura, in un Male suadente, fascinoso, abbagliante, che si incarna in un’irritante bellezza sensuale, in un’inevitabile sadica cattiveria, in un inesorabile drastico cinismo, che pur senza ridurne di un solo atomo la sua oggettiva e mai celata indisponenza, lo rende comunque accattivante, invidiato e invidiabile, perché bello e vittorioso e vincente, con il Mondo circostante ai suoi piedi, che pullula di irritanti scendiletto e indistruttibili nemici. Dal ‘600 a oggi, di Riccardo III ne è piena la storia; nessuno, ad onor del vero, così mostruoso come il personaggio shakespeariano, ma nemmeno bello come il bravissimo Vinicio Marchioni, che involontario e coincidenziale presago di sé stesso, poco meno che venti anni fa, Stefano Sollima lanciò sul piccolo schermo nei panni del Freddo, un altro grande spietato disposto a tutto in quel Romanzo criminale.
