FIRENZE. E come ogni napoletano che si rispetti (Giancarlo Cattaneo su tutti, speaker prezioso, forbito ed eccellente anglofono di Radio Monte Carlo, in coppia fissa con Tamara Donà), quando si arriva a pronunciare gl, (consigli, conigli, sbadigli etc…) la dizione claudica, il suono diventa sdrucciolo e gl si trasforma in una i allungata. Questo, probabilmente, è l’unico difetto, neo, va, forse è meglio, di Claudia Marsicano, 34enne napoletana, autorità dello spettacolo tra gli under 35, con già un Ubu in bacheca, meritatamente conquistato nel 2017, con R.Osa, protagonista assoluta, con l’assistente sul palco Gabriele Correddu, del musical dello sciacallaggio, La diva del Bataclan, venerdì e sabato scorsi, in prima regionale, al Cantiere Florida di Firenze. Lo aveva già detto e teorizzato Andy Warhol, del resto, che anche per soli cinque minuti di notorietà la gente fosse disposta a tutto. Figuriamoci quando il caso, anche se in un’accezione dolorosa oltre ogni ragionevole sopportazione (la mattanza del Bataclan, a Parigi, il 13 novembre 2015, azione schifosa come il raid della Wehrmacht a Marzabotto, né più, né meno), offre la possibilità a una ragazza emarginata e fuori da ogni possibilità di qualsiasi inserimento sociale, figlia dell’eroina e della solitudine, di potersi riscattare, diventare una santa e scoprire, dalla sera alla mattina, di essere finalmente un facoltoso punto di riferimento. È la storia dei vari sciacalli che speculano sulla morte, il dolore e le macerie delle stragi, fingendo che in quel posto e a quell’ora, loro, erano lì, salvi per pure coincidenze. L’ha scritta Gabriele Paolocà, prodotto da un nugolo di autorità teatrali, affidando alle musiche originali di Fabio Antonelli l’opportunità per Claudia Marsicano di esibirsi in una delle cose che le riescono meglio: cantare. Perché Audrey è una rocker sconosciuta, che senza un miracolo continuerà a sopravvivere in un pauroso anonimato in una delle tante banlieu parigine, dove sono stipate tutte le sconfitte umane, come succede in mille altre periferie metropolitane, che attirano sogni e producono inconsolabili frustrazioni, che in qualche modo devono per forza provare a riqualificarsi. Ma il desiderio di affrancarsi da una vita di stenti, rinunce e desolazione le impone qualsiasi tentativo e allora, anche una tragedia diventa una meravigliosa possibilità, così grande e così reale che con il trascorrere del tempo e della notorietà, la realtà si plasma alla finzione e l’immaginazione prende il posto del reale. È una storia vera, come l’eccidio che i terroristi compirono, quella notte di novembre, tra alcuni arrondissement parigini e in particolare al Teatro Bataclan, dove sul palco si stavano esibendo gli Eagles of Death Metal, rivendicando così l’onta di Charlie Hebdo, il giornale satirico che si era permesso il lusso di ironizzare sull’Islam (con il Cattolicesimo che ha già fatto più danni della grandine, occorreva importarne un’altra, di religione, in questa Europa?). È una delle tante spigolature che sono emerse dopo quella serie di attentati; la Francia, tutta, si risvegliò sconquassata, impaurita, oltre che ferita e uccisa. Nacquero, quasi spontaneamente, associazioni di sostegno alle vittime, dirette e indirette e la cultura provò a dare, se non una spiegazione, l’opportunità di guarire; una di queste è quella offerta da Alice Winocour, che nel 2022 ha diretto il film Revoir Paris (Riabbracciare Parigi), che vi consigliamo vivamente di vedere, come La diva del Bataclan, del resto; né più, né meno.
