di Elena Bernardini

PISTOIA. Conosco Luigi Scardigli da almeno quarantacinque anni (sì, abbiamo superato la mezza età!) e la stima reciproca è continuamente segnata da perculate affettuose. Avevo già letto il racconto (pubblicato nella raccolta Poi, un giorno, ti rompi il cazzo), appena era uscito. Tema molto forte. Scrittura, secondo me, meno potente. Ma si tratta di opinioni. Io sono il tipo che tende a scaraventare un libro contro un muro quando la scrittura non mi soddisfa, quindi non sono affidabile. Perché il gradimento, molto spesso, dipende dal momento che si sta vivendo (e c’è il rischio che su questo si basino anche tante recensioni che leggiamo in qua e in là). A parte le divagazioni, l’altra sera sono andata a vedere Bianca al Piccolo Teatro Mauro Bolognini perché a Luigi voglio bene, e sapevo che per lui era una serata molto importante: la realizzazione di un sogno, ma soprattutto di un bisogno. Occhio, sto per mettere alla prova l’attenzione di chi sta leggendo, quindi chi pensa di averne un basso livello (di attenzione, intendo) fa meglio a smettere di leggere. Anche Luigi Scardigli ha fatto esattamente questo per mettere in scena il suo racconto: ha messo alla prova l’attenzione di chi assisteva allo spettacolo. Il pubblico (numeroso) è entrato in platea accompagnato da pezzi blues a volume da concerto. Il blues, per noi pistoiesi, è molto familiare e ci mette allegria, anche se di per sé non è esattamente un genere musicale pop, nel senso che non si tratta di musica leggera. Comunque, a parte le mie divagazioni, e con una mossa geniale del regista, i pezzi blues si sono interrotti all’improvviso. Buio in sala. Il palco, con la sua scenografia che rappresenta un appartamento un po’ trasandato, è sempre stato in luce. Entra in scena Micol Masi (nella foto di Lorenzo Gori), la protagonista. In pigiama, appena svegliata, sembra. Il monologo nasce a poco a poco: una colazione svogliata, fatta per dovere e per abitudine, per incamerare le energie necessarie ad affrontare la giornata. Parla da sola, la protagonista. Parla con sé stessa e con Bianca. Parla senza badare alla dizione, l’attrice, perché il pensiero viene nella propria lingua madre, non c’è bisogno di aver frequentato scuole che ti insegnano la pronuncia corretta. Parla di un disagio, quello di una donna che si deve occupare della figlia disabile, da sola, con l’unico aiuto del centro al quale la affida nel tempo che deve dedicare al lavoro. Unico aiuto e ristoro, impersonificato dall’autista del pulmino che porta Bianca al centro. La protagonista parla, intervallando il suo racconto con mugolii che rimandano a canti che potrebbero servire a comunicare con la figlia, e con azioni che potrebbero rimandare a una vita normale (vestirsi, truccarsi, curarsi della casa), ma che si percepiscono essere compulsive, in quanto niente hanno a che fare con la normalità della vita della maggior parte delle persone. Parla per darsi forza, parla per scacciare le rinunce che si è imposta, parla per giustificarsi, parla da sola perché è sola. Parla per denunciare l’incuria verso le persone che si prendono cura di altre. Parla ripetendo continuamente il nome della figlia che è diventata lo scopo della sua vita, vita annullata da una situazione insostenibile. Disagio. Percepito dal pubblico, che non è nemmeno riuscito a ringraziare per la forte denuncia messa in scena. Perché, quando si denuncia il disagio, non è scontato essere capiti. Bisognerebbe, invece, provare a farlo, cercando di attivare sensibilità che ci possono essere estranee, ma non lo sono per tanti altri. Luigi Scardigli l’ha fatto, insieme all’ottima Micol Masi, coinvolta e commossa per quello che è riuscita a mettere in scena. Per questo dobbiamo ringraziarli davvero. Non era per niente facile.

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