PRATO. I tributi musicali non sono operazioni culturali che ci fanno impazzire. In particolare quando gli emuli scimmiottano, fino all’inverosimile, i loro inarrivabili beniamini; si vestono come loro, provano a cantare con la stessa identica tonalità e assumono anche, a forza di copiare, le medesime angolazioni del diaframma, finendo per diventare un goffo tentativo di clonaggio, degli imitatori forniti del dono del bel canto. Con Pino Daniele, questa trasposizione, è letteralmente impossibile. Primo, perché i seguaci dell’inimitabile cantastorie napoletano nutrono, nei confronti del loro totem, un sacrale rispetto, che li obbliga a non misurarsi mai del tutto con l’indimenticabile artista partenopeo, morto già da undici anni. Secondo, ma soprattutto, perché nel mondo non esistono cantanti forniti di corde vocali accordate in si bemolle come erano quelle del divin Daniele. La sua musica, però, è e sarà sempre fonte di studio e ammirazione e ogni tanto, qualche band che ha a che fare con Forcella, Secondigliano e Margellina (non è un errore: così chiama il suo quartiere in Che soddisfazione), non può fare a meno di intonare alcuni dei suoi capolavori. Come è successo ieri sera, all’HopenDrop, a Prato, tra il Fabbricone e il Bisenzio, un pub che si ostina, fortunatamente, a presentare, oltre che cibarie e vivande, musica dal vivo. E ieri sera, a omaggiare uno dei personaggi più influenti della musica e della poesia italiana degli ultimi due secoli, è arrivata la Terra mia band, con Antonello Solinas al basso, le tastiere di Stefano Guarino, la batteria di Raffaele Marseglia, la chitarra, sontuosa, di Max Amazio e la voce di Umberto Folleri, così napoletani, o comunque meridionali, tutti, che a un certo momento, durante la rivisitazione di ‘O Scarrafone, si sono presi la licenza di intromettere, nel testo originario, anche il rif di Primmavera, uno dei brani più celebri di Tullio De Piscopo, storico batterista di Pino Daniele che in preda a eccessi di guaglionamm, si è preso la licenza di incidere qualche album come cantante. Due ore piacevoli, comunque, soprattutto in virtù del triangolo artistico basso/batteria/chitarra, che senza l’indispensabile tirocinio delle prove ha dato vita a una sessione ritmica di indiscussa gradevolezza, con Max Amazio che, ogni volta che ha creduto di poterlo fare, è migrato con le sue sei corde verso i lidi del jazz, parente strettissimo, tutto sommato, della worldmusic che Pino Daniele ha sempre innalzato a misticismo quasi religioso. Nella sala del locale, un ottimo spazio all’aperto con nulla vicino che possa infastidirsi dal rumore della musica notturna e chiamare i rinforzi a staccare prese di corrente, il quintetto ha esordito con Je sto vicino a te, per arrivare fino a Terra mia (e non avrebbe potuto essere diversamente, visto il titolo della formazione), passando attraverso oltre venti brani della leggendaria discografia di Pino Daniele, rileggendo e riproponendo A me me piace ‘o blues, Nun me scuccià, Se mi vuoi, Tell me now, Yes i know my way, Quando, Alleria, Napul’è, Quanno chiove, Io per lei, Tarumbò, Je so’ pazzo, Dubbi non ho, Resta cu mme e altri indimenticabili e indimenticati motivi che il pubblico, naturalmente eterogeneo e accorso probabilmente al locale in una delle prime serate davvero estive della stagione per gustarsi pizza, birra e altre leccornie finalmente sotto la luce delle stelle, ha comunque gradito particolarmente, intonando, almeno con il solo movimento delle labbra, alcune delle canzoni proposte dalla formazione.
