PISTOIA. In ogni ambito musicale, di sessionisti con i controattributi, ce ne sono moltissimi; spesso, a fianco di bandleader, capitano strumentisti che non hanno nulla da invidiare a nessuno, ma che potrebbero essere sostituiti da altri con medesime straordinarie caratteristiche. Però, alla fine dei salmi, un motivo c’è sempre che lega chitarristi, bassisti, tastieristi e perché no, batteristi, al nome del capostipite di una formazione che segnerà, nei secoli dei secoli, le sue fortune e quelle di chi lo hanno accompagnato. Prologo un po’ ampolloso, rileggendolo, che avremmo anche potuto, se non evitare, quanto meno snellire, ma ieri sera, nel chiosco della felicità, alla Fondazione Luigi Tronci, a Pistoia, abbiamo assistito a novanta minuti di musica di rara bellezza e in più di un’occasione, godendo la riesumazione offerta in chiave jazz di colonne portanti delle musiche di Giacomo Puccini e Giuseppe Verdi, ci siamo chiesti – ma ci siamo anche risposti – perché Pat Metheny, nella sua prima formazione, quella che lo ha eternizzato, per ben diciotto anni (1983 – 2001), alla batteria, abbia voluto e avuto Paul Wertico. Beh, nonostante non avessimo alcun bisogno di conferme, ieri, ne è arrivata un’altra, l’ennesima, stavolta offerta da uno dei suoi puzzle armonici, con il simpaticissimo, ironico e tagliente, Fabrizio Mocata (uno dei pochissimi, di Mazara del Vallo, che potrebbe fare l’avvocato e che a pesca va solo per rilassarsi) alle tastiere e il silenzioso, ma puntualissimo piacentino Gianmarco Scaglia, bassista elettrico che si dedica, con enorme profitto, al contrabbasso. Il giardino del Chiostro, che fino all’inizio dell’esibizione ha offerto, come succede nelle stagioni più calde, lo straordinario scalpiccio delle foglie secche calpestate dal pubblico, quelle cadute dall’enorme magnolia che troneggia nel bel mezzo, è stato il solito viavai di abitudinari frequentatori, quelli che alla Fondazioni Luigi Tronci trascorrerebbero tutte le sere, non foss’altro per respirare le atmosfere dell’omonimo artigiano, spesso presente, come ieri sera, per guidare, in attesa della musica suonata dagli ospiti di circostanza, i nuovi visitatori tra i meandri dei suoi piatti. Del concerto, ne parliamo con immenso piacere, misto però a un sacrale senso di rispetto e di riguardo, motivato dal forbitissimo linguaggio usato dai tre fuoriclasse, che in quanto tali, come succede con frequenza ritmica e sistematica, hanno decisamente sorvolato sulle loro singole e specifiche qualità, per offrire agli spettatori una leggera, dottissima, esibizione. Del resto, proprio per onorare le origini del Jazz, i tre musicisti hanno omaggiato, oltre che loro stessi e le loro sterminate potenzialità sonore, quel gioco, prestigioso e di prestigio, di rileggere tematiche sonore apparentemente distanti, anni luce, dalla loro formazione, scomodando, sistematicamente e con ineccepibile disinvoltura, il rock and roll, il blues, il tango, per poi planare, come tradizione vuole e non transige, su piccoli assoli, che sono quelli che racchiudono, portando altrove tutto e tutti, il sound che li accompagna e li imbocca. Alla consolle, a tenere a bada volumi, tonalità, luci, il direttore artistico dell’Associazione, Gennaro Scarpato, batterista/percussionista di enorme livello che non smette mai di (ri)cercare colleghi in grado di dare lustro all’intero movimento musicale, quello che riesce a sopravvivere, senza supporti strategici, solo e soltanto in virtù della bellezza che produce e di cui, un numero sempre più crescente di spettatori, sembra averne un estremo bisogno, non foss’altro per ripararsi dalla scure della strisciante e subdola intelligenza artificiale, sempre più rapace e ingorda nel volersi impossessare di tutto ciò che gli uomini, con fatica, riescono a tradurre in immagini, sensazioni, melodie, musica, dopo anni e anni di studio, inciampando, da meravigliosi comuni ortali, negli accidenti di percorso, cosa che ai progetti informatici non può e non deve accadere. 

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