di Valentina Banci

PRATO. Qualcuno di grande con cui ho lavorato a lungo diceva: chi non ha TEMPO prenda TEMPO. E chi ne ha troppo mi chiedo oggi? Lo rincorre come me o lo lascia rotolare giù dal balcone? Per natura non mi dispero mai anziTEMPO e da attrice sono abituata a vivere di progetti che non riescono mai a guardare più in là di qualche mese, e credo che nessuno fosse preparato meglio di un attore ad affrontare l’orrore del vacuo a cui ci ha costretto questa emergenza; e forse è per questo che non ci siamo impiccati in massa quando hanno chiuso da un giorno all’altro teatri e luoghi di rappresentazione cancellando improvvisamente il nostro presente e il nostro avvenire e senza nessuna sicurezza, a oggi, che qualcosa possa, forse, un giorno  (chissà), essere recuperato. Lì per lì ho pensato che sarebbe stata necessaria molta pazienza, buona volontà e quella dose massima di fatalità in me contenuta di cui mi ha costretta a fare incetta la vita. Così.

Fase uno: va bene, mi metto calma, mi arrendo per un po', mi sono detta. E tutto pareva volare liscio seppur nell’allucinazione del caso. La giornata tipo era incredulità, lavori manuali vari, tentativi falliti di lavori intellettuali vari, ritorno ai lavori manuali vari, paura, incredulità e via discorrendo così, a rotazione continua. E ogni tanto buone cene e buon vino. Dopo un po' di TEMPO (anni? secoli?) i primi sintomi del vuoto cosmico si cominciavano a far sentire. Quando prendevo il pc per lavorare ai due progetti a cui mi stavo dedicando da mesi, oppure quando qualche teatro amico mi chiamava per prendere parte a questa o quella iniziativa per tenere viva la nobile arte nell’emergenza, ecco allora che arrivava l’impossibilità a pensare, ad applicarmi, a creare. Ma non è esatto; era peggio: arrivava l’impossibilità a sentire.

Fase due: io non sentivo più niente! Neppure la necessità di fare qualcosa di e con me stessa, di e con il mio essere attrice. Parlo al passato sì, in fondo è successo già qualche giorno fa, la scorsa settimana. Un secolo fa. Il TEMPO è impazzito. È successo lo scorso venerdì? Quanto TEMPO è che mi sento così, impossibilitata all’applicazione, a qualsiasi altra cosa che non sia dipingere con un pennellino, preferibilmente inzuppato in una paradisiaca vernice bianco bello, bianco latte, bianco luce della speranza, bianco pulizia, bianco ospedale, bianco oblio ogni cosa che ho a portata di mano? Il vuoto poi è dilagato dentro, si è fatto spazio come un lago silenzioso e ha annacquato tutto, trasportando i miei sensi in una zona ovattata, come sommersa.

Fase tre: non c’è più paura, non c’è più incredulità, non ci sono più neanche cene buone, perché sott’acqua non posso aprire la bocca neppure per bere del buon vino. Ci sono io, zittita, difronte a un mondo ammutolito il cui silenzio ha coperto anche il rumore del mio cuore. Sentire e indagare le emozioni è il senso del mio esistere, non mi piace vivere come staccata dal sentimento, per questo no, non credo di essere allenata. Ma continuo a non sentire niente, non provo compassione neppure quando sono in fila con il carrello al supermercato e guardandomi intorno mi sento come in un film di fantascienza e il mondo mi si para davanti in tutta la sua mostruosa assurdità e dietro la mascherina mi pare di capire con chiarezza che stiamo semplicemente andando incontro al destino che ci siamo tanto baldanzosamente apparecchiati, noi umani, e siamo tutti lì adesso mani guantate e volto nascosto che non sappiamo più neanche cosa dire, continuiamo a balbettare, dai potenti ai disgraziati, a balbettare o a blaterare, che poi a pensarci bene con la mascherina sul volto non è che faccia molta differenza. E non provo pena neppure per tutte le creature innocenti a cui necessariamente devo pensare facendo la spesa per mia madre e i suoi venti gatti e un cane mentre riempio il carrello di scorte per sfamarli. E non provo neppure pena per questi alberi che sfrecciano fuori dall’abitacolo dell’auto mentre rientro a casa che per questa settimana la spesa l’ho fatta e adesso è finita l’ora, l’aria, e li vedo verdi e fioriti e meravigliosi a primavera e mi viene da dire stupidi che siete alberi con tutta questa bellezza; non avete neppure il buongusto di celarvi davanti a noi, storpi della Terra. E non provo pena neppure per me stessa quando rientro, tolgo le scarpe, lavo bene le mani, tolgo i vestiti, mi siedo e mi sento stanca di tutta questa avventura nel mondo che ormai è solo una minaccia fatta di corpi da scansare. Niente occhi, nessuna bocca, nessun volto, solo distanze, metri, angoli da girare e mani come ostacoli da schivare. No, non provo niente quando rimango seduta un’ora o non saprei - un giorno forse - e l’unico pensiero vero è porre mente a quante fioriere mi sono rimaste da dipingere o alla seconda mano da dare a cosa, ma forse cambio colore, forse, e in quel momento finalmente sì, provo qualcosa: sento abbandonarmi anche la voglia di appigliarmi all’unica speranza, alla stronzata che tutto questo ci costringerà a metterci difronte a noi stessi e a trovare qualcosa di bello che abbiamo perduto nella notte dei tempi. Seduta lì mi sento come chi è rimasto con un pugno di mosche in mano. O con solo la notte dei TEMPI.

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