di Gabriele Masiero

PISA. All’inizio, per chi come me fa il cronista da tutta la vita, l’epidemia era soltanto un’altra storia di cronaca. Magari non uguale alle altre, ma scuramente simile a tante altre emergenze di cui è capitato di scrivere. Tanto più se, come me, lavori per l’ANSA, un’agenzia di stampa che non si ferma mai, 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno ed è considerata una delle fonti primaria di informazione anche per tanti altri colleghi. Ma il lockdown, le misure restrittive, questa specie di coprifuoco sanitario no, questo non lo avevamo mai raccontato. Noi che la guerra l’abbiamo studiata a scuola e il dopoguerra (e le sue macerie) l’abbiamo conosciuto attraverso gli occhi e i racconti dei nostri nonni, siamo stati catapultati in un ruolo sconosciuto. Con in tasca (oltre a penna e taccuino), l’autocertificazione che autorizza il servizio di cronaca ovunque e comunque. Pisa, dove lavoro, e la sua provincia, non sono le zone rosse di Lombardia e Veneto. Eppure in un attimo questa città, abituata a brulicare di turisti e studenti fuori sede, si è spenta. Svuotata. Il chiasso che animava le notti di movida (e malamovida) è svanito. Il silenzio spettrale di piazza dei Miracoli, una delle meraviglie di questo pianeta, è una sensazione che si fa fatica ad accettare.
Pisa è un città piccola, eppure enormemente attrattiva. Ora, i suoi lungarni sono testimoni muti di una bellezza che nessuno pare riesca a godere e a vivere. Bar, pub, ristoranti, negozi chiusi. Dipendenti pubblici a casa in smart working. La città che ho imparato a conoscere (ci vivo dal 2006), resa giovane dai volti poco più che imberbi di decine di migliaia di universitari, oggi mi appare invecchiata. Affascinante, di una straordinaria bellezza che ha saputo resistere nel tempo. Eppure affaticata. Triste. Depressa. Intendiamoci, il distanziamento sociale suggerito dai virologi era ed è necessario. Stare a casa è un dovere di tutti. Non perché lo dice il governo (oppure, non solo), ma perché in questa città magnifica, e oggi dolente, ci sono migliaia di operatori sanitari (tra medici e infermieri) che operano in uno degli ospedali principali della Toscana del centro Italia trasformato in una sorta di lazzeretto Covid. Che combattono (spesso con successo) per contrastare questo virus che ci ha colto di sorpresa e stravolto le abitudini. Dobbiamo a loro la nostra riconoscenza, ben più della retorica degli eroi, che è destinata a finire quando (presto o tardi) torneremo alla normalità e ricominceremo a litigare per la politica o (peggio) per una partita di calcio. E allora il sole di questa primavera esplosa indipendentemente da tutto e che scalda balconi e giardini nei quali siamo confinati, deve insegnarci ciò di cui non sembra esserci spazio nella frenesia del nostro tempo. O almeno del tempo che conoscevamo fino a un mese fa. Insegnarci che sì, il cielo è sempre più blu, come si canta da settimane sui terrazzi d’Italia, e che la vita è più forte di tutto. Anche più della tragedia di Bergamo (e di quelle bare trasferite altrove di notte, quasi furtivamente, perché non c’erano più posti nei cimiteri). E che questo Paese (questo mondo) deve riscoprirsi comunità. Senza retorica. Ma almeno rallentando un po’ il nostro pensiero. E noi cronisti a raccontare anche tutto questo e non solo l’orizzonte più vicino a noi. Quando Luigi Scardigli, amico e collega di vecchie avventure, mi ha chiesto una riflessione sulla pandemia ho pensato a tutto questo. E non so se sono riuscito a rendere l’idea. Ma è questo quello che ho provato a spiegare a mio figlio, 17 anni e mezzo, che si sente prigioniero tra quattro mura e derubato della sua età più bella. Quella in cui si impara sbagliando. In cui si condivide tutto con gli amici. Quella in cui il divieto di abbracciarsi fra pari è sinonimo di pena di morte. È a tutto questo che dobbiamo pensare, noi adulti, quando torneremo alla normalità: essere un gruppo di qualcosa. Una comunità, appunto. E non solo in qualche chat di whatsapp o sui social. Ma esserlo davvero. In carne e ossa, cervello e cuore.
