di Olimpia Capitano

LIVORNO. I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state in egual numero pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono sempre impreparati (…) I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. (Albert Camus, La peste, 1947). In questa fase di necessario distanziamento sociale, clausura un po’ volontaria, un po’ forzata, emergono tante riflessioni, a partire da quelle relative alla situazione politica attuale, alle condizioni sistemiche, ai timori che si celano dietro echi biopolitici, ai rischi involutivi futuri (il nazionalpopulismo si nutre delle retoriche che stanno permeando il discorso politico attuale), alle speranze per una svolta che sradichi la visione del mondo neoliberista; una svolta faticosa e lunga, lunghissima, che però potrebbe prendere atto, avviata da un passaggio evidentemente critico e dal contemporaneo emergere di spinte sociali che chiamano verso quella direzione.
La Krisis, per i greci, rappresentava quel momento in cui fosse stato possibile fare la diagnosi di una malattia, ossia il picco di manifestazione dei netti sintomi di un disturbo. Ciò laddove il termine crisi, nel nostro senso comunemente inteso, significa sostanzialmente il contrario: traduce la difficoltà stessa di formulazione di una diagnosi e implica una progressione di incertezze. Il termine deriva dal latino krisis, che significa scelta: anche qui è implicita l’accezione transitoria, il focus è spostato esattamente sul momento in cui, di fronte a una situazione delicata, il cambiamento degli equilibri e l’azione di forze contrastanti permette nuovi assestamenti. Questo tipo di semantica è transglobale: si pensi al termine cinese wēijī, tradotto con crisi, ma legato a un doppio significante perché composto da due idiomi: il primo segnala un pericolo; il secondo segnala una macchina, un veicolo, un perno, una sorta di crocevia. È la fotografia di un’instabilità che innesca qualcosa di altro; pur fissando un momento e apparendo insormontabile, la dimensione di passaggio e la sua natura. Il sociologo Edgar Morin analizza il concetto di crisi identificandolo come un momento molare che prevede una fase di transizione e incertezza, durante la quale i tradizionali meccanismi di autoregolamentazione sociale non funzionano e si innescano o enfatizzano correnti di polarizzazione di segno contrario, perturbazioni, deregolamentazioni, disordini. Mentre si procede alla ricerca di soluzioni parziali, l’assenza di una stabile condizione risolutiva, tanto ambita quanto utopica nell’immediatezza, aumenta il senso di incertezza e le spinte contradditorie. Le tensioni manifeste attivano parimenti energie intellettuali, azioni di ricerca: l’esplosione dei (sempre) fragili equilibri sociali o mostra in modo esplicito che quanto sembrava funzionale ed efficace non si dimostra effettivamente tale, o conferma dubbi latenti da tempo, che adesso trovano un riscontro nella percezione comune. Da qui emerge uno sforzo di rielaborazione intellettuale, formulazione di diagnosi, tentativi di ridisegnare una progettualità sociale e la più vasta ideazione di meta-sistemi. A questo tipo di attività intellettuale critica si accompagna anche un altro genere di processo culturale, sociale e chiaramente politico, ossia la sublimazione mitica e immaginaria della crisi. L’incertezza e la polarizzazione porta alla costruzione di scudi ideologici tra opposti schieramenti, meccanismi di colpevolizzazione e demonizzazione dell’altro, forme di sacrificalismo rituale del capro espiatorio, semplificazione e un eccesso di postverità funzionale a una stretta di potere, alla conservazione degli equilibri preesistenti, cercando anzi di prendersi anche qualcosa in più. In questo limbo, tra timori distopici e speranze messianiche e quasi fideistiche nel lavoro intellettuale e nella partecipazione sociale, non porto in tale contesto oltre la riflessione, rimandando tuttavia a un’analisi lucida e puntuale della politica e dei movimenti ai tempi della pandemia, Apocalittici e messianici, che porta la firma di Alessandro Brizzi, su Jacobin Italia. Una nota personale però nasce naturale, spinta dal senso di atomizzazione che credo in molti percepiscano mentre si aggirano tra le mura di casa e osservano quanto accade. Di frequente la patina è cosi spessa che crea un fastidio viscerale. Che sia anch’essa un retaggio culturale della nuova conformazione politica delle nostre società, che su individuo e individualismo fonda se stessa e da cui tutti, per necessario riflesso storico, siamo investiti; o che sia il più ampio e persistente problema umano dello scendere a patti con l’insormontabile condizione di solitudine con cui sempre ci troviamo a convivere e adesso un po’ di più. O magari entrambe le cose, che si alimentano nell’incontro tra l’uomo e il suo essere, esistere con coscienza in un determinato momento storico. Fatto sta che il senso di ineluttabilità di questa condizione pesa e può sfociare in un nichilismo che adesso più che mai va relegato nel campo dell’anacronismo. Quando Rieux, il dottore ne La Peste di Camus, si confida con Tarrou, viaggiatore rimasto bloccato nella citta, dichiara di sentire un’urgenza, una necessita rispetto alla cura delle vite, poiché se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse va meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi versoi il cielo, dove lui tace e se anche ogni vittoria è provvisoria e la peste resta l’emblema della interminabile sconfitta a cui si è condannati, questo non rappresenta un motivo per terminare la lotta. Qualsiasi malattia personale o comune, intellettuale, sociale o politica sia questa peste, quand’anche non si vedono orizzonti di possibilità, la battaglia diventa una scelta morale, assieme al rifiuto dell’ignavia, a scegliere, al porsi da una parte. È una scelta individuale, ma che esprime la qualità di un’individualità diversa, consapevole della sua condizione, ma rivolta al rifiuto dell’atomizzazione sociale e un’individualità che coinvolge e si rivolge all’altro e diventa politica. Tra una paura, una speranza, molti segnali ostili e qualche manifestazione di un riemergere di attori sociali e politici che può dar fiducia, si gioca il decidere dove porsi. Ce lo impone l’oggi, ce lo ricordano Camus con La peste e con tutto il suo percorso umano, intellettuale e politico.
