di Stefania Sinisi

FIRENZE. È incomprensibile tutta questa mia paura? forse sono solo stanca, non dormo più, non le conto neanche, queste notti. Ho impiegato il mio tempo in riflessioni, ho elaborato ogni mio assioma mentale, ho assimilato centinaia di post, notizie tv, cronache, ricette enogastronomiche, barzellette di ogni genere, delucidazioni più o meno attendibili sul corona virus, precauzioni, video tutorial per l’auto fabbricazione di mascherine su YouTube; cani che fanno ginnastica, cani che vengono calati dal terrazzo per fare i loro bisogni, la confusione dettata dai milioni di fake news, i concerti in mondovisione eseguiti in videochat. E poi, le lezioni di aerobica e le cose più bizzarre che mai mi sarei aspettata di vedere, come il video in cui è proprio Covid 19 a parlare, ma ho dovuto prendere le distanze, un metro esattamente o poco più, tanto per citare la normativa, o un bellissimo post di Facebook: perché un metro o poco più è la distanza giusta che c’è per guardare intorno a noi e guardare ciò che sentiamo dentro di noi.

Ho dovuto prendere le distanze da tutto per riappropriarmi e tornare ad aver confidenza con quella parte di me più intima, che non aveva tempo, né voglia, di scoprirsi! Permettere, lasciare; lasciare che le emozioni scorrano libere, tempestose come il vento che soffia proprio oggi, proprio ora, e provare il freddo, pungente, il ghiaccio che si sente quando sono le morti a parlare. La nube nera che ha fatto ammutolire perfino il Vaticano (?!?). Il timore di essere deboli, attaccabili e soli fa un strano effetto a tutti e anche la sincerità delle persone mi colpisce in questo momento; siamo soliti ignorarci, a causa dell’affanno frenetico della routine e dei doveri lavorativi, familiari e sociali che la vita e noi stessi ci imponiamo. Sono uscita perché volevo vedere con i miei occhi, rendermi conto da sola di quello che succede fuori, mentre scendevo le scale, ho infilato i miei guanti di lana, ho fatto il più banale dei movimenti, quelli che facciamo con consuetudine senza esserne coscienti; ho girato la maniglia del portone, l’ho fatto ogni giorno della mia vita prima, ma ora, lì, con quel banale gesto, ho varcato la soglia. Quella maniglia sarebbe potuta essere contaminata e da quel momento in poi la psicosi del gesto inconscio, inconsulto mi ha pervasa. Temevo di toccarmi il viso, aggiustarmi gli occhiali: e se avessi già portato la mano agli occhi, o alla bocca, senza accorgermene? Mi sono arresa. La paura in quel momento non mi sarebbe stata utile, perciò ho soprasseduto e più che mi avvicinavo e più mi era evidente che la coda davanti al supermercato era indeterminata. Ho chiesto gentilmente dove cominciasse e mi sono diretta mantenendo la mia distanza passo dopo passo, immergendomi in questo scenario di uomini e donne mascherati. Era freddo, tanto freddo; e c’era tanto ordine, silenzio, pazienza, rassegnazione, distanza. Anch’io non ho saputo cosa provare; tutte quelle persone che si guardavano l’un l’altra, persone che normalmente (ma cosa sarà più la normalità?), avrei davvero ignorato, mentre mi accingevo a fare la spesa. Ora, invece, erano un pericolo per me; o lo ero io per loro? Mi chiedevo se fossimo tutti amici o tutti nemici; se ci fosse unione e non divisione; se fossimo vicini o tutti molto lontani, gli uni contro gli altri, tutti coesi. Non ho saputo decidermi, perché da dentro la mia casa (al sicuro) li percepivo come un’unica entità, ma da qui non avevo più la stessa rassicurante prospettiva. Ancora non mi sono data risposte; sto ancora cercando di capire meglio. Ognuno di loro accennava un piccolo movimento, alcuni barcollavano, era quasi un ballo, sarebbe potuto essere un flash mob scaramantico, ma in realtà era solo il riflesso dettato dal vento freddo che impietriva e allo stesso tempo imprimeva i nostri solitari ragionamenti. La pacatezza e la diffidenza di tutti quegli sguardi, dei timori celati dietro ogni volto nascosto, mi hanno ricordato invece lo chador iraniano e le mascherine per proteggendoci l’indebita sottrazione dell’espressività comunicativa tipica del volto umano: il sorriso che da sempre contraddistingue l’uomo dall’animale. Leggere il senso di sospetto negli altri era in netto contrasto con la disponibilità del personale e degli addetti ai lavori; gli incaricati di mantenere l’ordine erano spontanei nello svolgere i loro compiti, e rassicuravano. Dentro si respirava tutta un’altra aria, quasi un clima normale dei bei tempi, se non fosse stato per i corridoi transennati, le mascherine e i cartelli a causa dell’emergenza sanitaria nazionale non sarà possibile acquistare generi che non siano di necessità primaria. Ho avuto modo di rendermi conto oggi che fuori c’è ancora tanta gente che lavora ininterrottamente per garantire a tutti noi, che magari ci lamentiamo dal divano di casa, un servizio continuo. Per questo sento il dovere di ringraziarli tutti, uno a uno. Ieri ho chiamato tutti gli amici e le amiche medici e i miei amici infermieri impegnati sul fronte: mi hanno detto di non sentirsi eroi, hanno detto che svolgono il loro lavoro, anche se in questo frangente va al di là di quello che gli è stato insegnato. Chiedono solo di non dimenticarli una volta che tutto questo orrore sarà finito (perciò finirà, evviva!); non vogliono essere santificati, ma ricordati. Perciò grazie a tutti Voi, che restando in ombra continuate a suonare i violini nonostante il Titanic stia affondando.

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