di Marta De Sandre

Qualche giorno fa, nel lasso di tempo che ci vuole a finire due birre medie (che dalle mie parti è davvero un periodo brevissimo), mi sono ritrovata a parlare di libri con una persona che, salutandomi, mi ha detto: leggi Cartongesso, biascicando qualcosa su Céline che non ho ben capito. Scaricato sul kindle al costo delle due birre che mi aveva offerto, per cui praticamente gratis, l'ho divorato come da tempo non mi capitava. Non serve essere veneti per capire che la storia del “magico operoso nord-est” è reale quanto il regno di Gondor, ma che qualcuno, come Francesco Maino, lo facesse in questo modo, ovvero in Céline-style, senza remissione, senza paura, senza speranza, cinico, rancoroso, sarcastico e caustico è una cosa che sconquassa parecchio.

 

L'intero libro è in realtà un lungo monologo di Michele Tessari, un avvocato del basso-veneto, ex aiuto becchino, affetto da disturbo bipolare e da lucidissima follia. E smonta, riga dopo riga, una regione intera finché non resta che un cumulo di cenere (e nemmeno l'ombra di un'araba fenice). Il cartongesso è un composto di gesso e cartone che simula un muro non avendo, ovviamente, le caratteristiche che un muro dovrebbe avere: non è robusto, né stabile; non isola, non fa nulla di nulla. E' inutile, ma fa finta di essere un muro, cosicché la sua inutilità si cela sotto un aspetto utile. Il cartongesso è un grande enorme menzogna. E così è il Veneto che è tutto uguale, orizzontalmente, verticalmente, bonaccia aviosuperficie dismessa, asfissia, campi tritati, mais, soia, noia, fine pena mai, una meravigliosa cella 4x4 i cui internati, 4 milioni di ex contadini gonfiati dall'insaccato, ulcerizzati dal cabernet, equivalgono a 4 milioni di corpi ammassati, all'ergastolo. Ne ha per tutti, Michele Tessari, non risparmia nulla all'Italia (in questo paese gli eroi, che stanno sulle dita di una mano, sono tutti morti ammazzati. Dopo una volgare indignazione popolare posticcia come un parrucchino, questo paese non è avanzato di un solo centimetro in cinquant'anni) e nemmeno a se stesso e alla sua generazione (abbiamo iniziato a soccombere al compimento del diciottesimo anno, ai diciannove era già metastasi, a vent'anni sotterrati vivi. Eravamo stati programmati per estinguerci prestissimo e non lo sapevamo), né tanto meno alla giustizia e ai suoi decreti di espulsione (tutta una lingua agghiacciante, oscena ed escludente, e accanita, per dire due cose in croce, per dire che lo Stato, o una sua sprezzante sottocategoria di inetti, non vuole che un puzzone, che parla come l'Orzowei della Savana, si trattenga un secondo in più in territorio italiano). L'intero libro è vomitato sul lettore; periodi eterni più che lunghissimi devono dare, e danno, una sensazione di ipossia, di angoscia. L'utilizzo della lingua italiana (pur frammentato tra forse troppe parole in “grezzo”: mi metto nei panni di un non-veneto costretto ad estenuanti visite alle note a piè pagina) è potente e affilato. Un libro coraggioso e utile pur nel suo essere eccessivo, un libro che ha fatto indignare Camillo Langone (quello di “togliete i libri alle donne: torneranno a fare figli” per intenderci) che l'ha recensito su “Il Foglio” con questo titolo: “Il mio Veneto alto, dolce e pio, sfigurato dal “Cartongesso” del pregiudizio” e molti cittadini veneti con il fazzoletto verde della “Tega Nord” nel taschino. Dunque, fosse solo per quest'ultima frase, un libro da leggere.

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