di Marta De Sandre

Quando nacque mia figlia, un caro amico mi disse: ora scoprirai la terza via dell'amore: hai amato da figlia, da compagna e ora amerai da madre. Tra i vantaggi marginali di aver sperimentato questa terza, via c'è anche quello di poter leggere un libro come Patrimonio (una storia vera) e comprendere esattamente le dinamiche del rapporto genitori-figli, da una e dall'altra parte. La storia è presto detta: Roth accudisce il padre malato di tumore al cervello fino alla sua morte.
E' possibile trattare un tema del genere senza scadere nella retorica, nella commozione a buon mercato, nella lacrimuccia strappa-premi-letterari? Certamente sì, se a narrare questa storia è Lui, uno dei più grandi scrittori contemporanei, con il suo stile inconfondibile, non sempre semplicissimo, ma finemente ironico, con il modo tutto suo di far trasparire dolcezza e amore senza mai citarli, senza alcuna frase ad effetto. Il lettore difficilmente riesce a capire qual è il passaggio preciso che lo ha fatto commuovere, legge e legge e ad un certo punto si ritrova con le lacrime agli occhi. Roth non sferra pugni allo stomaco, Roth “riempie” piano piano.
Portai giù la federa puzzolente e la misi in un sacco nero della spazzatura che legai forte, e portai il sacco alla macchina e lo buttai nel bagagliaio per darlo in lavanderia. E perché questo era giusto e come doveva essere non avrebbe potuto essermi più chiaro, ora che il lavoro era finito. Questo, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno, della realtà vissuta che era. Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda.
Il premio Nobel per la letteratura avrà sempre il valore delle sorpresine del Mulino Bianco, fino a quando non lo aggiudicheranno a Philip Roth
