di Marta De Sandre

Il Nord Europa sta invadendo il mercato di libri; la Scandinavia ormai produce più polizieschi che stoccafissi. Nell'intento di evitare detective alti e biondi, poliziotti efficientissimi e omicidi perpetrati con ogni mezzo immaginabile, può capitare che si passi oltre, nello scaffale della letteratura nordeuropea e ci si perda questa perla d'uomo che risponde al nome di Steffànson.
Paradiso e inferno è un romanzo tenero come la bontà d'animo quando si manifesta in piccoli gesti, quasi vergognandosene e rigorosamente sottovoce. Nemmeno l'ambientazione severa, il freddo e la morte che non danno tregua riescono a smorzare tale dolcezza. Ambientato in Islanda intorno all’800, è la storia di un pescatore-poeta che una mattina si sveglia poeta-pescatore: il poeta ricorda la sua copia de Il paradiso perduto, ma dimentica la giacca cerata che garantirebbe la sopravvivenza del pescatore. Perché l'essenziale, a volte, è ciò che ci permette di vivere, non di sopravvivere.
“Gli uomini non hanno bisogno di parole, in mare aperto. Il merluzzo se ne infischia delle parole, e anche degli aggettivi come 'sublime'. Il merluzzo non ha interesse per nessuna parola eppure nuota negli oceani quasi immutato da centoventi milioni di anni. E questo ci dice qualcosa sulla lingua? Forse non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, ne abbiamo bisogno per vivere”.
Purtroppo è edito da Iperborea con il suo particolare formato stretto stretto e lungo lungo: resto in attesa che la dirigenza della casa editrice si riprenda dal trip lisergico e inizi a pubblicare libri che non somiglino a libretti di istruzione di friggitrici.
