di Marta De Sandre

Breece Pancake muore suicida a 26 anni, correva l'anno 1979. Di lui resta solo questa raccolta di racconti, Trilobiti, un nome che evoca confettura di fragole e zucchero a velo e un blando successo dovuto all'apprezzamento di grandi personaggi del panorama letterario e culturale americano. Fosse stato osannato da Bruce Springsteen forse questo piccolo libro sarebbe uscito dalla nicchia; l'essere citato da Tom Waits invece lo lascia in un piccolo angolino. Poco male.

 

La sua morte prematura gli ha risparmiato questa amarezza o forse questo orgoglio, dipende dai punti di vista. Di lui Vonnegut disse: Lo scrittore più grande e sincero che abbia mai letto e temo che ciò gli abbia dato troppo dolore, non c'è nessun divertimento ad essere così bravo. Personalmente tendo a pendere spudoratamente dalle labbra di Kurt Vonnegut per cui non ci ho pensato nemmeno un secondo ad immergermi nella lettura di Trilobiti. La provincia americana desolata e severa come non mai, disperazione e povere vite nate sconfitte, paesaggi cupi e squallidi nei quali si muovono donne e uomini disillusi, come su una ruota da criceto che non porta in nessun luogo. Non c'è speranza, né illusioni, né voglia di cambiare. I pochi sogni non arrivano nemmeno all'alba del giorno dopo. Questi racconti sono privi di una trama vera e propria, sono spaccati di vita come una raccolta di foto in bianconero, lo stile è scarno, asciutto e doloroso, la descrizione della natura di una potenza che ho trovato solo nel migliore McCarthy. Se è vero che il tempo è giustiziere è vero anche che la morte non permette di ricorrere in appello.

Chi sarebbe ora Breece Pancake: uno scrittore affermato o un professore di inglese di provincia? La trama della sua vita lasciata a metà permette ogni genere di ipotesi, ma come ogni volta che la vita finisce troppo presto, resta, più forte del senso di perdita per ciò che è stato, il rimpianto per ciò che invece non ha potuto essere.

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