di Sara Pagnini
FIRENZE. Fabrizio Monteverde è coreografo con una cifra stilistica che si riconosce subito: movimenti taglienti, scattanti, angoli spigolosi (delle braccia, delle gambe, delle dita, della testa), molta geometria dei corpi ben piazzati in scena, molto rigore, unito a una profonda indagine psicologica dei personaggi che fa parlare attraverso i gesti, i passi, i virtuosismi tecnici, le tante prese in aria; ai ballerini è vietato cedere alla forza di gravità. Monteverde è coreografo degli insiemi, della dimensione corale e collettiva, quella che più ci piace di lui. Il Teatro Verdi di Firenze, martedì 14 aprile, ha ospitato il Balletto di Roma che promuove da sempre la diffusione della danza d’autore, per il quale il coreografo è tornato a riallestire una delle sue più applaudite produzioni shakespeariane, Otello. Ottima compagnia il Balletto di Roma, certamente da seguire, alto livello tecnico e interpretativo dei ballerini, mentre abbiamo trovato un po’ più deboli le ballerine nel secondo atto, quando hanno danzato con le scarpette da punta (per la maggior parte il balletto è danzato con le scarpette da mezza punta). La musica è di Antonin Dvořák (1841-1904), compositore boemo, grande creatore di melodie, quella struggente di Otello che si ripete più volte, la si canticchia subito, alla chiusura del sipario. Due colori sono sempre davanti al pubblico nello spettacolo, il rosso e il nero, indossati dai ballerini in svolazzanti lunghi cappotti che d’improvviso vengono aperti, alzati, abbassati, svelando corpi frementi di passione, voluttuosi, ammiccanti, violenti. Il rosso e il nero, la passione e la morte. C’è una forte sensualità nell’Otello di Fabrizio Monteverde, c’è l’amore declinato in innumerevoli forme. L’ambientazione è un moderno porto di mare, una banchina, dove passa una variegata umanità pronta a imbarcarsi, ma anche a restare, un coacervo di diversità, fatta di sopraffazione, vitalità e gelosia, che Iago (interpretato da Paolo Barbonaglia) riesce a insinuare in Otello e che lo porterà al gesto estremo. Il balletto ruota intorno al rapporto morboso e ambiguo dei tre protagonisti: Otello, interpretato da Alessio Di Traglia; Desdemona, da Roberta De Simone e Cassio, da Francesco Moro, inseriti in una coralità che accumuna la sorte di tutti; il fazzoletto di Desdemona (il prezioso regalo che Otello le aveva fatto, di cui Iago si impossessa nascondendolo nella stanza di Cassio, facendolo impazzire di gelosia), che il famoso e applaudito coreografo romano mette nelle mani di tutte quante le ballerine, non solo della povera Desdemona, che, vittima della brutale gelosia di Otello, si vede strappare la veste, e, a seni nudi, in un finale intenso e straziante, viene soffocata dal suo amante, il quale però, a differenza della tragedia shakespeariana, non si pugnala a morte, ma conscio del fatale errore che troppo tardi ha capito, guarda smarrito il corpo esanime di lei, ma non si uccide. Terminiamo con un’annotazione, che riteniamo importante; è mancato un programma di sala (e non è la prima volta che lo notiamo); il pubblico deve conoscere nome e cognome di ciascun artista che vede dare il meglio di sé sul palcoscenico.
