FIRENZE. Poche altre volte ci era successo di imbatterci in una serata di Danza con così tanto Teatro. La dimostrazione lampante, ineccepibile, l’abbiamo avuta al termine della rappresentazione, quando Silvia Brazzale, Bianca Maragliano e Mara Roberto (l’ordine, per cognome, è alfabetico), le tre mattatrici di Io Mostro Tu Mostri, hanno chiesto al pubblico del Cantiere Florida di Firenze, che aveva appena terminato di spellarsi le mani ad applaudirle, di restare ancora un po’ in sala. A fare cosa? A stare ancora un po’ insieme, perché lo spettacolo, naturalmente, era terminato e non sarebbe potuto proseguire all’infinito. Ma sul limitare della platea, a due passi dal palco, non sono rimaste soltanto quelle persone che hanno sentito il bisogno di abbracciarle Bianca, Mara e Silvia (anche stavolta, l’ordine, ma con i nomi, è alfabetico). In molti non le conoscevano, ignoravano l’esistenza del Crac, presumiamo, il Collettivo queer performativo che si è ispirato, immaginiamo, senza averne la certezza, a quel meraviglioso Comitato Romano per l’Aborto e la Contraccezione, nato e morto troppo presto agl’inizi degl’anni ’70, ma alla fine dello spettacolo hanno sentito la necessità di restare ancora un po’ in compagnia delle persone con le quali, fino a pochi minuti prima, avevano diviso e condiviso il buio della sala e l’ansia di quei cartoni nei quali le tre danzattrici sono rimaste soffocate per l’intera messinscena. Si è parlato di Mostri, chi sono e chi, oggi, produce Mostruosità, si legge nel foglio di sala. Ma in questi tre anni di lavoro, studio e introspezioni, la pratica performativa del testo è diventata altro e verso le 22,30 di sabato 14 febbraio 2026 (un sanvalentino finalmente con un senso), si è capito che l’animale che ci sta divorando, facendoci, tra l’altro, un male insopportabile che non riusciamo in compenso a percepire, e dunque soffrire, perché la macchina delle grandi distribuzioni nelle quali ci hanno accuratamente confezionati, ci ha precauzionalmente anestetizzato, o meglio, stordito, è la solitudine, di massa, come ha scritto e pubblicato, nel 2018, il costituzionalista Michele Ainis. Che si trattasse di uno spettacolo che rimarrà appiccicato addosso per lungo tempo lo si è capito subito, quando una volta in sala, una tenerezza nordica dai capelli rossi, ha chiesto, ad alcuni spettatori, di poter aiutare la scenografia per completare il muro di cartoni che avrebbe coperto, in parte, il palcoscenico. Non era sufficiente prendere uno dei cartoni non ancora impilati e poggiarlo dove si potesse; no. Quei cartoni sembravano avere dei numeri e, nell’impianto architettonico, dovevano rispettare un ordine fondamentale (relativo alle fondamenta). Una volta completato, grazie alla complicità di una parte del pubblico, il muro di tutti i pregiudizi, lo spettacolo, con il sostegno di Città infinite, La Brilla Centro Teatrale, Company Blu, Versiliadanza e dell’Associazione Sosta Palmizi, sulle note di una melodia techno orientale, ma originali, di Domenico Palmeri, è iniziato. Bianca, Mara e Silvia, vestite come Giovani italiane (camicetta bianca, pantaloncini corti beige e scalze), in qualità di ex Figlie della Lupa e poi Piccole Italiane (la deduzione ci è stata suggerita dalle immagini srotolate sul fondale, quelle scelte da Leonardo Badalassi), ma incappucciate, ognuna, da un cartone, sono state accompagnate sul palco dalla stessa tenerezza nordica dai capelli rossi che prima aveva chiesto a una parte degli spettatori una pseudo complicità scenografica. Il muro ha resistito un bel po’, anche quando le tre protagoniste rantolavano in cerca di ossigeno e identità, visto che la grande distribuzione aveva deciso di scartarle per difetti di produzione e deterioramento delle confezioni, cosa che non è stata concessa loro fino a quando i loro corpi non hanno deciso di incontrarsi e solidarizzare. L’idea di Io Mostro Tu Mostri, sempre leggendo il foglio di sala, è quello di dare cittadinanza, credito e uno spazio vitale, oltre che civile, a tutto quello che la società capitalistica e consumistica ha bollato come dannoso, prima ancora che inutile, per la macchina dello spettacolo esistenziale, che è quella parte dell’umanità, in paurosa crescita, popolata dagli emarginati, dei quali, per ovvietà, non snoccioliamo le varie categorie, che vanno dalla disabilità fisica a quella economica, morale e umorale, come se esistesse un abbecedario cosmico di felicità. A quei tre scatoloni che non erano impilati, con gli altri, pronti per essere caricati su treni merci e furgoni e destinati a sollazzare le esigenze consumistiche di un’intera generazione, il Collettivo Performativo Crac ha deciso di dedicare uno studio, prima, e uno spettacolo, poi, nel quale non ci si sono potuti non riconoscere anche tutti i polli di allevamento normodotati che stanno facendo di tutto per riuscire a non cadere negli ingranaggi del mercato mondiale e diventare così, più o meno consapevolmente, clown di questo circo letale. Perché la nuova Mostruosità non si limita più a tenere ai margini delle grandi manovre e del mercato globale storpi, brutti, froci, lesbiche, poveri incalliti e ogni altra classificazione sociale che produce, inevitabilmente, deriva, ma anche tutti quelli che stanno beatamente nel mezzo, senza soffrire l’irresistibile attrazione del bello e senza nutrire diffidenza verso gli altri. È a quel mondo di mezzo che Bianca, Mara e Silvia hanno chiesto una mano; perché lascino le proprie comode abitazioni e escano fuori, in strada, a liberare tutti gli animali in cattività. Ieri sera, dopo lo spettacolo, per un quarto d’ora, è successo.

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