CONTINUA piacevolmente a stupire, Luca Marinelli. Anche stavolta, infatti, così come è già successo con le pellicole precedenti, la trama del relativamente giovane regista casertano Pietro Marcello, fino a Martin Eden specializzato e premiato in cortometraggi, sembra cucirglisi addosso, in modo mimetico, fasciandolo dall’inizio alla fine, ma senza soffocarlo, esaltandone la versatilità, borgatara, coatta, che grazie alla propria abnegazione al sacrificio e animato da una voglia londoniana di affrancarsi dall'anonimato selvaggio riesce a farlo traslocare da Tor Bella Monaca (dove abitava) in piazza Giuochi Delfici (dove è andatpo a stare). La Napoli alla soglia del conflitto mondiale, no, scusate, nel pieno del boom economico, ma no, ai primi anni del ‘900, una Napoli senza tempo, in verità, lunga oltre mezzo secolo, indecifrabile e decontestualizzata, dove vengono traslate le immagini statunitensi originarie del romanzo molto autobiografico di Jack London, somiglia, maledettamente, alla periferia romana di Pier Paolo Pasolini, al quale, il regista, si genuflette con ammirevole discrezione, impreziosita da un dignitosissimo contributo alla pittura e alla musica.

Notevole e apprezzato anche il trapasso del marinaio scarsamente alfabetizzato della piana americana d’inizio secolo scorso con questo gran bello scugnizzo tra la via Emilia e il West, che non teme nulla e nessuno e che al cospetto della bella, soave, irraggiungibile e borghesissima Elena Orsini (Jessica Cressy) decide di alfabetizzarsi, acculturarsi ed emanciparsi, cercando soprattutto di somigliarle, ma anche per dare così finalmente libero sfogo alla sua indole cullata e nascosta per troppo tempo: fare lo scrittore. La struggente poetica della prima parte della pellicola non tiene il passo per l’intera durata del film; succede quando i morsi della fame abbandonano Martin Eden, quando può finalmente smettere di svolgere gli umili e massacranti lavori al fianco del suo amico Nino (Vincenzo Nemolato: a teatro vale il doppio) per alimentare studi e passioni, anche se il livello magnetico del film riprende oggettivamente quota nell’incontro con il suo Vate, il disincantato, disilluso, realista professore socialista Russ Brissenden (Carlo Cecchi), che riuscirà ad illuminarlo prima della sua fine anticipata e prima che al suo allievo si spalanchino le porte del successo. Da quel momento in poi Luca Marinelli, che continua a inanellare prestazioni superlative e che aspetta trepidante il verdetto della giuria veneziana che non potrà non tenerlo nella dovuta e meritata considerazione da statuette, a patto che quest’ultima non sia ancora stordita dal memorial Ferragni, smette di aver paura di sbagliare e si concede tutte le pose che sono consone alle prime donne, trasformando la rabbia giovanile dell’incomprensione, dell’analfabetismo e dell’incertezza, nell’irritazione di chi, ormai, raccoglie consensi indiscriminati, anche e soprattutto con quelle opere che fino a pochi mesi prima non erano riuscite a incontrare nemmeno un pallido interesse da parte di nessun editore. Resta comunque bellissimo il suo socialismo ante litteram, quello del privilegio dell’individuo sulla massa, quella sua ideologia formatasi e formulata grazie a nessun filtro se non quello ascetico dell’autoindottrinamento e grazie al quale riesce a crearsi una personalità che non potrà che essere, fatalmente e inesorabilmente, antifascista, ma che sarà così forte, personale e autonoma, da riuscire anche a non farsi circuire da bandiere, tessere, movimenti, mode, poggiando il protagonista sul dorato piedistallo del nemico giurato dei nemici e in quello dell’amico del quale, comunque, è meglio non fidarsi.

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