ELLESSE

Difficile correre con il piede pigiato sull’acceleratore, a manetta, tanto per intenderci, in una stradina dove è vivamente consigliata la prudenza: ma se non si rischia, non si vince mai un cazzo e allora: ha fatto bene, Matteo Rovere, 34enne romano, regista che ha già dimostrato il suo coraggio con corto e lungometraggi rischiosi, a non avere paura e soprattutto a non cadere nelle trappole tentacolari del buonismo, dell’inevitabile e del vissero tutti felici e contenti. Veloce come il vento, il suo ultimo film, giustamente strombazzato proprio in questi giorni, è una bella storia (vera) dove ognuno non perde le proprie caratteristiche, dall’inizio alla fine.

 

Ad iniziare dal protagonista, Stefano Accorsi, che tanto poco ci piace a teatro tanto quanto lo gradiamo sul grande schermo, da Radio Freccia in poi. Al suo fianco, quello di Loris De Martino, ex promessa svanita dell’automobilismo a causa dell’eroina e di una mamma che esercita la maternità a intermittenza, un cast molto giovane e assai convincente, con una vecchia certezza, Paolo Graziosi, Tonino, amico inseparabile del padre di Loris e della velocità: la sorellina minorenne Giulia (Matilda De Angelis), che la stoffa da pilota non la brucia nemmeno quando muore, a bordo pista, il suo mèntore, il padre; il fratellino più piccolo, Nico (Giulio Pugnaghi), che incarna alla perfezione un’intera generazioni di adolescenti costretti a crescere da soli, tra paure e incertezze e la sua compagna di vita, pere e crac, Annarella (Roberta Mattei), tossica come Loris, ma senza famiglia, parenti e speranze, dunque nemmeno tentata ad un’improbabile redenzione umana e sociale. Tutto questo andando sempre al limite, tanto alla guida delle gran turismo, quanto nella vita di tutti i giorni, senza risparmiarsi mai: si corre per vincere il campionato GT, successo che salderebbe il debito con lo strozzino di turno che ha pignorato il rudere dove vive quel che resta della famiglia De Martino; si corre contro la fine, bruciando speranze, passioni e dignità. Siamo nella patria dei trecento all’ora, nella bassa Romagna, dove si corre, sempre: su due e su quattro ruote. L’adrenalina che si respira durante la proiezione dell’intera pellicola somiglia parecchio quella che si inala negli Stati Uniti, ma al di là degli effetti, perfettamente sintonizzati con la spettacolarità da incollare lo spettatore alla poltroncina, ma mai scabrosi e cruenti da infastidirlo, il groove è europeo, anzi, parecchio italiano. Nelle campagne romagnole, oltre alla velocità, al vino rosso, alla musica da balera e al culto della gnocca, c’è anche la robba, che non perdona nessuno le capiti in rete. Il regista è bravo a prenderne democraticamente le distanze: la condanna è spiattellata ad ogni frame, ma non c’è distanza sociale, né snob unilaterale; ogni tossico, in quanto individuo, ha qualcosa da raccontare, non solo come ci si fa le pere o come si inietta il narcan per salvare qualcuno in overdose, e quel qualcosa può essere una lezione. Come quelle che Loris impartisce a sua sorella Giulia, decisa e promettente pilota, ma non abbastanza scafata per riuscire a vincere. Occorre che segua i consigli del fratello sfrassolato, che senza pere nel braccio, di corse, chissà quante ne avrebbe vinte, per non parlare di gare di ballo. Una gran bella cinquina, quella accuratamente scelta e collaudata da Matteo Rovere: Accorsi-De Angelis-Mattei-Pugnaghi-Graziosi, dosata con gusto, sapienza e coraggio. Stefano Accorsi, giustamente emaciato, barcolla da tossico datato tra rota e calo per l’intera pellicola, dando l’impressione di conoscere la vita e i suoi trucchi, oltre che quelli della guida, ma senza riuscire a spiegarli e a farsi capire; Matilda De Angelis tiene disinvoltamente a bada la sua grande sensualità, trasformandosi nel maschiaccio-meccanico e nella mamma da circostanza; il giovanissimo Giulio Pugnaghi è bravo a trasformare tutta la propria ingenuità e timidezza in un unico completo, che lo protegge con tenerezza e gli offre un paio di spunti da ometto; Paolo Graziosi è quello che ne sa più di chiunque altro, ma lascia che la trama proceda per arrivare puntualmente in soccorso a rimettere tutti i marmocchi con i piedi per terra. Roberta Mattei è pronta: la palestra del teatro (dove speriamo continui ad allenarsi) le consente e offre dimestichezza e fascino, due doti facilitate da un corpo di poliedrica elegante bellezza, ottimo per indossare gli abiti sfarzosi di una dama del ‘700 quanto quelli sdruciti di una tossica del terzo millennio. Dopo Non essere cattivo e Veloce come il vento la aspettiamo impazienti - perché ormai è pronta - ad una terza pellicola, dove tutto le giri intorno.

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