di Caterina Fochi

Giocare d’azzardo con il proprio destino può essere inevitabile, ma terribilmente doloroso. Così come dolorose sono le conseguenze che Tony, una donna che fa l’avvocato a Parigi, non più giovane e d’aspetto molto comune, deve affrontare dopo essersi lanciata spericolatamente su una ripida pista da sci, dove una rovinosa caduta le causa la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio.

 

Inizia quindi il lunghissimo iter riabilitativo necessario per recuperare la funzionalità del ginocchio per tornare a camminare con le proprie gambe, un percorso che, complice il ritiro di cinque settimane in una clinica specialistica, l’aiuterà, prendendo le giuste distanze, ad affrontare soprattutto la riabilitazione sentimentale della propria esistenza.

Il ginocchio diventa metafora della capacità di abbandonarsi, di cedere, di indietreggiare, perché è un’articolazione che si piega solo all’indietro e la sua guarigione presuppone anche un percorso psicologico. Attraverso lo sguardo doloroso di Tony ripercorriamo l’origine e lo sviluppo di un amore difficile e travolgente, disturbato e totalizzante, spesso furibondo, ma ostinato, una di quelle storie distruttive all’interno delle quali si alternano passioni e sofferenze. Una vicenda, per nulla irreale, destinata a perpetuarsi nella sua masochistica patologia con esiti sempre dolorosi che continuano ad alimentare un sentimento che sconfina nella reciproca dipendenza. Un rapporto di consapevole (…) annichilimento che non si consuma perché continua ad annichilirsi indefinitivamente, consumandosi dentro sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai (G.G.Marquez). Mon Roi è un film che affrontando la complessità delle dinamiche amorose, non tratta un tema originale, soprattutto per il cinema francese e non è un film perfetto: indugia troppo sui passaggi della riabilitazione ortopedica, ma con questa pellicola Maiwenn Le Besco riesce a seguire i personaggi così da vicino che risulta impossibile per lo spettatore non rimanerne coinvolto, proprio perché indaga con una tale naturalezza su così tante sfaccettature del rapporto che è difficile che non si risveglino ricordi e emozioni vissute in prima persona.

La buona riuscita del film si deve anche e soprattutto alla drammatica intensità degli interpreti, che se da una parte ha portato Emanuelle Bercot alla Palma d’Oro come migliore attrice, dall’altra vede una Palma immeritatamente mancata per Vincent Cassel (Georgio), che si cala con un realismo impressionante nel ruolo del Re dei Bastardi, uno di quegli uomini irrisolti, pieni di contraddizioni, che dietro l’affascinante maschera del seduttore nascondono fragilità e meschinità e che scelgono con chirurgica precisione le loro prede, donne altrettanto irrisolte che si compiacciono nel credere e nel voler far credere di non valere niente e che per insicurezza e pigrizia mentale aspettano di trovare delle conferme da chi è capace di venderle a basso costo.

Il prezzo, però, rischia di essere troppo alto soprattutto se a dividere la spesa si coinvolgono inevitabilmente altri che non hanno chiesto di partecipare, come i figli. Mon Roi è un film solo apparentemente facile che in realtà commuove per il suo sentimentalismo senza filtri e non risparmia la sofferenza a nessuno proprio perché, come ha affermato la stessa Maiwenn, l’unica fonte d’ispirazione di questa storia è la vita.

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