FIRENZE. Come ci si può ritrovare, fino a riconoscersi, nell’eterna ambiguità delle varie e tante personalità che albergano nei nostri corpi? È sufficiente analizzarsi, anche con velata superficialità, per capire che siamo, quasi sempre, quello che il contesto nel quale abitiamo ci chiede di essere. O il suo esatto contrario. Il Teatro è una di quelle casse di risonanza e svelamento nel quale dimorano parecchie domande e talune risposte. Quelle offerte ieri, al Cantiere Florida di Firenze, per il debutto della stagione di prosa, sono state un meraviglioso contenitore di eccellenza attoriale. Christian La Rosa ha offerto un saggio recitativo imponente, che giustifica anni e anni di sacrifici e speranze riposte sul palcoscenico. La sua interpretazione dell’avvocato londinese, Gabriel John Utterson, alle prese con il complicatissimo caso del Dr. Jackyll e Mr. Hide, è stata semplicemente magistrale; un monologo portentoso, ricco di imponenti flessioni vocali, straripanti alterazioni fisiche e comportamentali, in un contesto scenografico gotico, sì, come il racconto, ma opportunamente informatico, svelato da uno scanner antidiluviano che riesce, meravigliosamente, a proiettare sul fondo di scena i punti salienti del racconto londinese del XIX secolo, alimentando, ulteriormente, il pathos dell’adrenalina degli accadimenti. Però, oltre al wow che abbiamo silenziosamente digerito al termine della rappresentazione per il doveroso e giusto tributo alla performance del protagonista, sulla pelle e, soprattutto dentro, non ci è rimasto nulla. Dipenderà dalle centinaia e centinaia di rappresentazioni alle quali abbiamo avuto l’onore e la fortuna di assistere negli ultimi trent’anni e nelle quali abbiamo avuto gli stessi identici privilegi di essere spettatori (tra l’altro non paganti) di mostri sacri del palcoscenico, che di bravure non ne abbiamo più bisogno. Da qualche tempo a questa parte chiediamo al Teatro e all’Arte tutta, rigorosamente e senza alcuna mediazione, né tanto meno compromessi, di farci male; se non avvertiamo dolore, lancinante, durante e dopo le rappresentazioni, abbiamo la lucidissima impressione di non aver aggiunto nulla alla nostra malconcia anima, che non ha alcuna necessità di guarire, ma di capire di come e di cosa andrà a putrefarsi. Non sono gli applausi che tributiamo senza alcuna parsimonia a chiunque li meriti a spingerci ad andare a Teatro, ai Concerti, alle Mostre, ma la necessità di capire quello che in oltre sei decenni di esistenza non siamo riusciti a intercettare, impossessandocene, o combattendolo fino allo stremo. Stiamo cercando, con falsa allegria, un posto ideale sulla riva del fiume che ci consenta di veder passare, con distacco e disinteresse, i cadaveri dei nostri nemici e cercare di individuare i corpi, non ancora esanimi, dei nostri amici, in modo da poterli ancora salvare.
Né dottor Jekill e nemmeno mister Hide