PORRETTA (BO). Dubitiamo esista un accordo tra i Tafuro e Graziano Uliani, ma dopo aver assistito alla seconda e terza serata della 38esima edizione del Porretta Soul Festival, più di uno ha avuto l’impressione che quello che non è stato fatto al Pistoia Blues, quest’anno, sia stato compensato trentacinque chilometri più a nord, direzione Bologna. Sulle bisettrici musicali del Mondo, del resto, una ventina di miglia si esprimono con un puntino, non sempre percepibile. A Memphis, a Chicago, a Detroit, città dalle quali le due manifestazioni italiane limitrofe attingono i loro protagonisti, qualcuno penserà che Pistoia e Porretta siano la stessa città. Siccome non abbiamo alcuna intenzione di alimentare ironie, che si sono già automaticamente innescate senza che nessuno alimentasse sarcasmo, del resto, ci concentriamo sulla prima parte della serata di sabato, del P.S.F., quella iniziata poco dopo le 20, con il sole ancora presente, seppur obliquo, a illuminare parte del palco e del pubblico del Parco Rufus Thomas, e terminata poco prima delle 22. Perché ci preme così tanto? Per elementari motivi artistici: Thornetta Davis è una delle voci di maggior prestigio di quella foltissima schiera di vocalist di colore; con lei, palcoscenico dell’Alto Reno, la ZBlues Band, composta, nell’occasione, da Fabio Ziveri (piano e Hammond), Giuseppe Tortorelli (batteria), Federico Zardi (tromba), Andrea Scorzoni (sax), Rita Girelli (basso e coro) e da due coriste, Alessandra Moretti ed Elisa Marchisio. Ci siamo dimenticati qualcuno e il suo strumento? No, no; lo abbiamo fatto di proposito, perché è di lui che vogliamo parlare: Sergio Montaleni e le sue chitarre. L’inizio del nostro cammino giornalistico è coinciso, all’incirca, con la sua scelta di fare il musicista. Eravamo giovanissimi, armati dai medesimi incantesimi. Iniziò suonando il Blues; a Pistoia, del resto, tra il 1980 e il 1995, chiunque si avvicinasse alla musica doveva per forza passare dal Blues. Esisteva, all’epoca, un meraviglioso monoteismo strumentale, che non ammetteva la minima deroga. Capirono tutti, immediatamente, che Sergio Montaleni, tra i tanti che provarono ad avvicinarsi a quel genere, possedesse documenti, requisiti e volontà per diventarne un rappresentante. Erano gli anni, meravigliosi, nei quali, in città, lui e Nick Becattini si contendevano lo scettro regale; tra i bluesaroli, qualcuno prediligeva le mani di Nicola; altri, quelle di Sergio. Non erano i soli a rappresentare, con meravigliosa dignità e competenza, le note del Mississipi; ma erano quelli di maggior stacco, spiccato groove, riconoscimento da parte degli altri strumentisti del settore. Un’accesa pacifica rivalità che si è improvvisamente interrotta, quando la Sorte ha deciso di eliminare uno dei due contendenti. Ma prima che questo accadesse, sia Sergio, che Nick, avevano imparato a convivere nel medesimo olimpo musicale italiano, offrendosi reciproci naturali suggerimenti. Torniamo a Porretta, torniamo al Parco Rufus Thomas, torniamo al concerto di ieri sera e torniamo a raccontarvi della meravigliosa naturalezza con la quale le poliedriche chitarre di Sergio Montaleni intrecciano il loro sound con le contingenti necessità strumentali. Certo, ieri sera le tonalità non si discostavano affatto dal background del chitarrista pistoiese, ma è la sua maturazione complessiva, non solo tecnica, non solo strumentale, non solo armonica, ora che le salite e le asperità, vere e immaginate, che sono finalmente terminate, a renderlo un sessionista prezioso e ambito, anche da voci così forbite come quella di Thornetta Davis. Perché Sergio Montaleni diverte e si diverte rileggendo i grandi classici, per poi abbandonare il ruolo di leader e tornare a portare fieno nella stalla di qualcun altro. È un chitarrista meraviglioso, eclettico, elastico, disponibile; riesce a trascorrere interminabili minuti al servizio di una causa musicale limitandosi a passeggiare sul capotasto, per poi decidere, per incontrovertibili necessità strumentali, che è il tempo che si metta a fantasticare. Lo ha dimostrato anche ieri sera, quando ha iniziato intonando I gotta sang the blues fino a Get up and dance away your blues, passando per una piacevolissima serie di altre canzoni, da Just like a shasow a Wang dang doodle, meravigliosa hit scritta oltre mezzo secolo fa da Willie Dixon e riportata sulla terra da quella meravigliosa interprete di nome Thornetta Davis e ambientata, a Porretta, da un’eccellente composizione strumentale, la ZBlues Band. che merita, sicuramente, per ogni singolo musicista, le stesse personali, ma oggettive, attenzioni rivolte al chitarrista. Ma non mancheranno occasioni.
Tutte le chitarre di Sergio Montaleni