ISOLA DI BALUTIN (RO). Di musicisti bianchi, agli inizi, nel Blues, non ce n’era. Impossibile, del resto, visto e considerato che la linfa, a quella branca melodica, veniva offerta in abbondanza quasi esclusivamente dai neri africani importati nelle piantagioni di cotone statunitense che fiorivano lungo gli argini dei fiumi e sfruttati, fino all’inverosimile, dai coloni. Da allora però – visto che è passato circa un secolo – il Blues ha continuato ad esistere, forgiando, sensibilmente, e non da ora, i suoi protagonisti. Il padre spirituale resta lui, Robert Johnson e anche il battesimo del Blues continua a essere datato da quando lui decise di vendere l’anima al Diavolo in cambio del suo talento. Sulla scia di quella leggenda, dagli anni ’60 in poi, il Mondo intero e i suoi spettatori hanno stabilito che il Blues dovesse occupare un posto privilegiato nel cosmo musicale. E così è, nonostante lo zoccolo dei detrattori, tracimante personaggi senza scrupoli e indegni riduttori emotivi, cresca sistematicamente. Ma non dappertutto. Nell’Isola di Balutin, ad esempio, istmo che sorge nel Comune di Corbola, nella provincia di Rovigo, qualcuno ha deciso che occorra fronteggiare la schiera del qualunquismo. Lo fa approfittando anche del fatto che lungo quella terra, oltre che dare albergo a Giovanni Gnan e Cesare Freguia, due musicisti che hanno trasformato la resilienza in organizzazione, scorra il Po e che proprio in quella bisettrice sorga un Delta che ricorda, con tutte le dovute cautele, quello del Mississipi. Domenica, in una giornata mostruosamente calda, in mercurio e voglia di resistere, su quella collinetta meravigliosa si sono dati appuntamento, per il secondo anno consecutivo, i seguaci del Blues del Polesine, animando il Balutin Blues Festival, promosso anche dalla voglia di esserci di un altro personaggio che nel Blues ha vissuto una vita intera, Fabio Treves, che da Lambrate ha deciso di prestare il proprio viso, il suo back ground e soprattutto la propria anima di puma a un evento che va necessariamente protetto. Ieri, al di là di ogni romantica considerazione – seppur non guasterebbe – il tasso alcolemico musicale ha superato di gran lunga la soglia della sufficienza e quelli che hanno deciso di esserci, a questo pic blues nic, sono stati ampiamente ripagati. Il sardo Francesco Piu, l’indigeno Matteo Sansonetto e il siciliano Umberto Porcaro, tre bianchi, bianchissimi, che hanno animato e alimentato il sound della seconda edizione, hanno inoppugnabilmente dimostrato come le scorie nere dei bluesman americani si siano irrorate ovunque e che questo genere musicale, anziché essere febbricitante come qualcuno vorrebbe e continua ad argomentare delirando, sfoggi invidiabile salute. Ci concentriamo, in questo racconto, sull’esibizione di Umberto Porcaro e della sua straordinaria formazione, composta dagli storici batterista e organista Federico Patarnello e Giulio Campagnolo e dalla gradita e forbita new entry di Daniele Nesi al basso. Privilegiamo, in questo breve resoconto, la chitarra sicula per elementari motivazioni sensitive: sentirla suonare, la sua sei crode, è un tuffo ripetuto, corretto e personalizzato nella storia del Blues, quello più o meno recente, con un diaframma metallico che ricorda, spudoratamente, quello di Robben Ford e l’insistenza del fraseggio, che diventa sublime quando si confessa in intimità, di B.B. King. Ci potremmo fermare qui, con esempi che calzino le nostre sensazioni, ma decidiamo di andare oltre e scomodare altri accostamenti. Questo che stiamo per citare è decisamente fisico, tattile, indiscutibile. La presenza sul palco, al fianco di Umberto Porcaro, di Daniele Nesi e il groove complessivo del quartetto ci ha fatto, in più di un’occasione, venire alla mente un’altra straordinaria bluesband, quella dello scomparso, ma indimenticabile, Nick Becattini, che vantava, come suoi fedeli e quasi inintercambiali strumentisti, Daniele Nesi al basso, appunto, Enrico Cecconi alla batteria e Pee Wee Durante all’organo, una sontuosa mezzaluna musicale che consentiva al bandleader viaggi interminabili lungo le scogliere di qualsiasi dorsale oceanica. Il secondo è semplicemente e coincidenzialmente onomatopeico e alberga nelle iniziali del chitarrista: U.P. Il giorno del battesimo, o di quello che scelsero di chiamarlo Umberto, i suoi genitori vollero omaggiarlo e augurargli il meglio affibbiandogli, probabilmente, il nome di uno dei due nonni. Le sue iniziali, UP, senza punti, sono incise sulla cassa della sua chitarra e in inglese, nell’americano di Robert Johnson, Up significa su, in alto. È là che la sua musica guarda; è là che sta giustamente andando.
Balutin, sul Delta del Mississipi