LIVORNO. È un principio condiviso anche da lei, probabilmente, quello che sostiene (Gilberto Gil e Caetano Veloso ne sono gli alfieri) che la musica, visto che è già stata scritta tutta, occorra solo rileggerla. L’incertezza dell’avverbio dipende solo dal fatto che non sappiamo se sia così, ma a sentirla cantare, ieri sera, in quella piazzetta/confetto di Livorno che è piazza Goldoni, siamo quasi sicuri che Karima sia di questo avviso. Certo, se lo può permettere, con un diaframma di quella poderosa ma delicata estensione e una personalità morbidamente ferrea, ligia, intransigente. E senza dimenticare che per rimettere le mani su alcuni capolavori della canzone italiana, non basta nemmeno avere un’elasticità vocale della sua portata, per non cadere nella trappola, indisponente, dei tributi. A questo, all’aspetto musicale, al riadattamento sonoro e stilistico che trasforma la lettura di un brano nel parto di un suo fratello, addirittura maggiore, in alcuni casi, ci ha pensato (e la cosa dura da oltre quattro lustri), il suo compagno di palcoscenico, il professore di pianoforte Piero Frassi, lucchese, che ha guidato gli altri due sessionisti, la batteria fiorentina di Bernardo Guerra e il contrabbasso senese di Gabriele Evangelista, nella penultima serata (si chiude oggi, domenica 23 agosto, con il concerto al tramonto alla Terrazza Mascagni e lo show, sempre in piazza Goldoni, di Maurizio Nichetti) di questa settima edizione del Mascagni Festival. Un piccolo teatro all’aperto, alleggerito dalla brezza del mare, distante qualche centinaio di metri, a due passi da piazza Attias, sede dalla nostra ultima illusione (Il Corriere di Livorno), ora, ironia della sorte, per noi che siamo rimasti terribilmente scottati, centro di abbronzatura e ancor più prossimo a Doc, ristorante che ha fatto storia, nel centro labronico, ma non leggenda, perché i battenti son chiusi da tempo. E dopo l’attesa del quarto d’ora accademico, alle 21,45 inizia il concerto. Un intro bossanoveggiante che introduce, con tanto di dovizia di scelta, la micro rassegna di Canta Autori. L’ex piccola italo algerina, che a Livorno è nata, cresciuta e dove ha coltivato tutti i suoi sogni, fortunatamente, ma ostinatamente, trasformati in realtà, ha deciso di esordire con Che ore so’, uno dei motivi meno conosciuti dell’incommensurabile Pino Daniele, pubblicato in un album, Ferryboat, tra i meno osannati della sua discografia. Si è presentata al pubblico, al suo pubblico, che la ricorda nitidamente inseguire, con caparbietà, coraggio e abnegazione il suo miraggio, con un elegantissimo abito da sera, nero, lungo fino alle caviglie, con uno spacco vertiginoso su un fianco, reso ancor più fascinoso da calzature tacco dodici (approssimazione in difetto, forse), in una mise e un’ugola che ci riportano, inevitabilmente, a Diana Krall. Si è seduta sullo sgabello milanese stile Blue Note, dove è di casa, e ha intonato, con una strabiliante disinvoltura, Anna e Marco, uno dei tanti capolavori di Lucio Dalla, prima di omaggiare un altro monumento della canzone italiana, Fabio Concato, di cui ha offerto l’interpretazione di Buonanotte a te, brani conosciutissimi dal pubblico, ma interpretati con quella spiccata e per nulla diplomatica personalità che nessuno, sulle seggioline dei paganti, ha potuto accompagnare come avrebbe voluto. Prima di ogni brano, la spiegazione, dettagliata, morale e umorale, delle scelte fatte. È il tempo di Quando l’amore se ne va, del chissà perché non celebrato a dovere Edoardo De Crescenzo, prima di tornare sui passi dell’inimitabile menestrello napoletano e ridisegnare Anna verrà, preludio a Prendila così, di Lucio Battisti. C’è spazio anche per Scrivimi, la struggente lettera di un amore svanito tra i flutti scritta da Nino Bonocore, duettata, a cappella, con il pubblico, che ha corso seriamente il rischio di essere meno affidabile di quello pisano, per memoria e trasporto, cose, queste, che a Livorno, non possono e non devono succedere. Una serata allegramente intimistica, scandita dal pop, disegnato sugli archetipi del blues, del jazz e della sonorità verdeoro, della melodia acustica del terzetto e dalla scena tenuta amorevolmente in piedi da Karima Ammar, profeta in patria e applaudita realtà universale, un fascino che perfora desideri, ma che non consente e non ammette licenze, se non a chi sia in grado di viaggiare, con lei, sul pelo dell’acqua di una professionalità musicale figlia di studi, sacrifici, rinunce, senza mai cedere alla tentazione, lusinghiera, ma fallace, di farsi aiutare da un qualsiasi auto-tune, rifugio per tanti, troppi improvvisati e che noi metteremmo alla berlina. Prima di congedarsi dalla sua gente, con la quale si è intrattenuta dopo il concerto, Karima ha voluto dedicare al papà (la mamma è lì, in prima fila, tra emozione e orgoglio) scomparso da tempo un brano di Umberto Bindi, che cantò, in tempi pericolosissimi, l’amore omosessuale, penultima interpretazione prima di una delle ballate funk di Fabio Concato, Rosalina e il bis, che non poteva che essere, un brano di Steve Wonder, uno dei suoi papà artistici. E spirituali, probabilmente.