PISA. Nessuno può sottrarsi ad esporsi; la vita, prima o poi, ti chiederà di farle sapere come la pensi, cosa farai. Figuriamoci gli artisti. Alcuni però, invece che prodigarsi in proclami, sottoscrivere documenti pacifisti, fomentare il dissenso, si limitano a rimanere fedeli ai propri ideali culturali, quelli che li hanno celebrati e glorificati. Albert Laurence Di Meola, conosciuto e stimato a qualsiasi latitudine con il nome di Al Di Meola, si è sempre sottratto da campagne di sensibilizzazione, preferendo continuare a fare la cosa che lo ha reso, se non unico, tra i più influenti al mondo: suonare. Perché la sua chitarra, che ha condiviso, nei decenni, lo spazio, le tonalità, i palcoscenici con quelle di altri mostri sacri, non si è mai limitata di accontentarsi di essere considerata precorritrice di un’infinità di generi. Trent’anni fa, al Teatro Sistina di Roma, lo vedemmo in compagnia di altre due divinità (John McLaughlin e Paco de Lucia) con i quali, da circa dieci anni, girava il Mondo in tournée sfornando un Lp di rara bellezza (Freeday Night in San Francisco) ed esibizioni al limite del paradisiaco. Nonostante quell’apice toccato con più dita e irraggiungibile per buona parte del resto degli umani, Al Di Meola ha continuato a sperimentare, mettendo i suoi virtuosismi didattico/strumentali oltre che a disposizione di musicisti del suo spessore (Chick Korea, Carlos Santana, Pino Daniele, Phil Collins), anche di altre forme musicali, apparentemente distanti e oggettivamente inferiori al suo indiscutibile lignaggio, come con Andrea Parodi (Tazenda) e Dodi Battaglia (Pooh). Tutta la sua vita è scorsa ieri sera, al Giardino Scotto di Pisa, sul telone bianco posto alle spalle del palcoscenico, dove su un vecchio mega televisore si sono susseguite alcune delle immagini (foto e video) più rappresentative dell’esistenza del chitarrista italo/americano, che giusto una settimana fa ha compiuto 72 anni. L’occasione, meravigliosa, seguita da un inevitabile tuttoesaurito, è stata offerta, a lui e alla sua chitarra acustica e al suo Acoustic Trio (il sardo Peo Alfonsi alla seconda chitarra e lo spagnolo Sergio Martinez alla batteria e alle percussioni) da questa nuova meravigliosa edizione di Pisa Jazz Rebirth, che proprio ieri sera ha chiuso il sipario su questo 2026, rimandando tutto e tutti a quella del prossimo anno. Chiudere gli occhi, ieri sera, sarebbe stato ideale; ma è stato opportuno tenerli aperti, perché nonostante quella cascata di jazz, bossanova, flamenco e tanta worldmusic (vorremo usare il termine fusion, ma Pat Metheny ha detto che è un neologismo inventato non si capisce da chi, e allora, ci mancherebbe altro…), è stato esemplarmente complementare ascoltare i virtuosismi strumentali del Trio coniugandoli con la forza delle immagini che scorrevano durante le esibizioni: dall’omaggio ai Beatles (rappresentati da un video interamente occupato da John Lennon) a quelli di alcuni suoi più cari colleghi e amici (Carlos Santana, Paco de Lucia, John McLaughlin, Paul McCartney e molti altri), ma senza omettere alcuni angoli della vita privata, quelli che lo ritraggono in compagnia di una delle sue figlie piccolissime, alle prese con i problemi della pappa da mangiare o delle scarpe con le punte rinforzate della tuta di ginnastica artistica da indossare. Gli angoli di mare, gli squarci sulle montagne, le didascalie sull’infinito. E quella musica in sottofondo, o quelle note impreziosite dalle immagini, o l’uno e l’altro in perfetta simbiosi competitiva, con il caldo opprimente che ha affogato il pubblico, che, spesso, per provare a salvarsi da ricordi lancinanti, ha alzato lo sguardo verso il cielo, cercando qualche stella cadente prima del dovuto, senza riuscire a capire come sia possibile che, a due passi dall’aeroporto, si vedano sfrecciare continuamente aerei in fase di decollo o di atterraggio, senza però essere frastornati da quei fastidiosi e inquinanti rumori. Sarà dipeso da quella naturale insonorizzazione, quella che la musica di Al Di Meola riesce a esercitare nei confronti di tutti gli altri suoni che non siano parimenti elevati. Il vago sosia musicale di Javier Bardem, amante sfrenato anche dei piccoli piaceri terreni, come la passione per il calcio, ad esempio (tifosissimo del Napoli; sarà dipesa dall’amicizia con Pino Daniele?), dopo il concerto ha invitato il pubblico interessato a soffermarsi, nei paraggi del piccolo gazebo presente al Giardino Scotto, per autografare qualche vinile della sua lungo discografia in vendita, o anche solo per scambiare chiacchiere e opinioni. Anche questo, tornado all’incipit, è molto rivoluzionario.