LA SPEZIA. Ve lo ricordate quando non riuscivate ad addormentare i vostri figli piccoli, piccolissimi? E vi ricorderete anche tutti gli stratagemmi che usavate affinché i vostri cuccioli ammainassero, una volta per tutte, le vele, e si concedessero, finalmente. Dopo una giornata di scoperte ed emozioni, al sonno: nenie rimate, campanellini, dondolii ritmati delle culle, improponibili smorfie del viso con le quali cercavate di impressionarli e rasserenarli. E dovrebbe venirvi alla mente, anche se con meno enfasi, probabilmente, quando cercavate, senza trovarle, nelle vostre librerie stracolme di volumi, I fiori del male, di Baudelaire, o Canto general, di Neruda, ma anche La gioia di scrivere, di Szymborska perché non ricordavate con tassonomica indispensabilità l’anellarsi dei versi di quella poesia che in gioventù vi aveva stregato e condizionato. Una straordinaria, efficace ed eterna alternativa a entrambe le circostanze – ma se ne potrebbero fare chissà quanti altri, di esempi – la offre la musica di Pat Metheny, che è la (ri)consegna della vita ai suoi inesplicabili misteri, il naufragar dolce nel mare che desiderate. Sono passati trentanove anni da quando la divinità statunitense si mise alle anime (la sua e quelle di tutti coloro che hanno potuto ascoltarla) Last train home, quel ritmo ipnotico, devastante, come l’ultimo viaggio di ciascuno di noi, sul treno verso casa, per l’ultima volta, dopo una vita trascorsa a cercare senza trovare, a credere senza illudersi. L’ha suonata anche ieri sera, a Spezia, nel primo appuntamento delle 58esima edizione del Festival della città ligure, in una piazza Europa ammutolita, incredula, cloroformizzata, in attesa messianica che tra una nota e la successiva ci spiegasse, una volta per tutte, qual è il suo segreto, quello che gli consente, dopo circa mezzo secolo di attività semplicemente ineguagliabile, di continuare a credere che oltre possa esserci ancora qualcos’altro, da vedere, capire, studiare e poi provare a riprodurre. È vero che i suoi turnisti sono una costante rotazione, seppur dotta e stratosferica, del meglio che la strumentazione jazz e dintorni possa offrire, ma è bastato spiarlo nel sound check, durato più di un'ora, quando il pubblico che ha gremito la piazza si dilettava, sulle baracchine di fronte al porto, nella degustazione di adorabili spritz, quanta meticolosità e professionalità stia dietro, muovendola perfettamente, alla sua macchina artistica, che parte, viaggia e termina ogni singolo viaggio, ogni concerto, alla stessa identica velocità, allo stesso inspiegabile piacere. Da qualche tempo, non è più la maglietta, bianca e verde, a grandi bande orizzontali, a vestirlo; ora c’è una camicia, a quadretti, a maniche rigorosamente lunghe, arrotolate fino al gomito. Bermuda fino alle ginocchia e scarpe da ginnastica, bianche, bianchissime. Le sue chitarre continuano a essere sue figlie, avute con donne incontrate lungo il suo meraviglioso errabondare che non hanno saputo e voluto resistere al suo fascino; se le tiene sul petto, appoggiate al cuore, perché è con questo che le accorda. Il suonare è intimo, personale, privato; il frutto è cosmico, pubblico, orgiastico. Con lui, in questa tournée semplicemente imperdibile, quattro anonimi mostri sacri: Joe Dyson alla batteria, Chris Fishman alle tastiere, Jermaine Paul al basso e contrabbasso e Leonard Patton, percussioni e voce, quella che ha riportato, in più di una circostanza, tutto il pubblico alle ballate brasiliane di Gilberto Gil. Le prime parole, Pat Metheny, ieri sera a Spezia, le ha proferite dopo un’ora abbondante di esibizione, dopo aver già (in)cantato buona parte delle melodie che appartengono a questo nuovo progetto, Side-Eye, formula algebrico/strumentale che contempla, rigorosamente, un innesto generazionale, una (con)fusione del repertorio e la variabile degli strumentisti. Dopo l’introduzione, spazio a brani che ne hanno giganteggiato il profilo in questi cinquant’anni appena trascorsi, da quando nel 1976, appena ventiduenne, fondo il Pat Metheny Group, presentandosi al mondo intero come un musicista, ammanicato fin nelle viscere con il jazz, ma che avrebbe voluto, riuscendoci, a dare linfa e linguaggi nuovi alla propria strumentazione, approfittando di tutte le correnti colte geografiche che confluivano, ineluttabilmente, nel bacino statunitense. It on it, Timeline, Make a new word, The first circle, The red one, Trigonometry, Song for Bilbao: poesie mute, ballate astratte, viaggi senza tempo attorno a invisibili centri di gravità. Il godimento che si prova ai concerti di Pat Metheny non è immediato; bisogna tornare a casa, prima, riprendere le nostre faccende e poi finalmente capire che quello che stiamo facendo e quello che faremo, lui, con le sue canzoni, l’aveva già previsto. Prima dei saluti, il gran finale con Are You Going With Me? preceduta da due micro versioni acustiche di America The Beautiful e Last Train Home, interpretate da solo, seduto, su uno sgabello, senza il supporto dei musicisti, con una delle sue bambine, che in questo mezzo secolo non sono mai volute diventate grandi, coccolate con la cura e la passione di un padre inimitabile, che ha consentito loro di permettersi il lusso di restare piccole, piccole e suonare così solo con lui, solo per lui.
Poesia. Pura