FIESOLE (FI). Non fatevi intenerire dalla sua storia personale e collettiva. E non lasciatevi distrarre dal suo abbigliamento, che racconta le usanze secolari di un popolo a due passi dall’equatore, tra l’altro non bagnato da alcuna goccia di oceano. E non siate nemmeno indulgenti armati, demagogicamente, da quel buonismo irritante che tende a esaltare tutto ciò che viene dal Continente più grande e misterioso della Terra. Quando ascoltate Fatoumata Diawara e soprattutto quando avete la fortuna di vederla in concerto, spogliatevi, preventivamente, da ogni pregiudizio, benevolo e malevolo, e valutatene, oggettivamente, la portata artistica. Certo, canta in bambara, una delle lingue ufficiali del Mali, ma la comunicazione musicale va ben oltre ogni qualsiasi idioma; chiedete agli appassionati di Pat Metheny, Miles Davis, Jeff Beck (ci fermiamo qui, con gli esempi; altrimenti ci perderemmo nei meandri), mostri sacri e leggendari che hanno affidato ai loro strumenti il proprio messaggio. O lontano dalla musica, parlate con gli spettatori teatrali appassionati di Emma Dante, che affida il suo verbo a dialetti strettissimi e incomprensibili. L’arte, va sempre e sistematicamente oltre lo scibile, il decifrabile (e chi sarebbero i simultanei della pittura e della scultura?) e punta diritto al cuore e allo stomaco, a patto che questi due organi vitali siano sintonizzati con la ragione, la storia, la civiltà: il cervello. Per dare corpo alle nostre motivazioni, poi, ascoltate con attenzione, i quattro strumentisti che l’hanno accompagnata, ieri sera, al Teatro Romano, a Fiesole: Jurandir Da Silva Santana alla chitarra, Juan Finger al basso, Fernando Javier Tejero Velez alle tastiere e quel martello pneumatico di sconcertante puntualità, William Ombe Monkama alla batteria; la geografia si disintegra, perché sui gradini di pietra dell’Anfiteatro fiorentino arrivano missili di worldmusic senza alcuna bandiera, che non hanno nemici da combattere e offendere, ma solo amici da allietare e divertire. Certo, le parole spese per il padre morto (in un italiano assai migliore di quello naturalmente usato da tanti giovani cantanti nostrani sofferenti da analfabetismo di ritorno) o il pensiero a tutte le disabilità del Mondo, soprattutto quelle che colpiscono i bambini, non possono lasciare indifferenti nemmeno il più stoico degli insensibili più impavidi. Ma ribadiamo il concetto: Fatoumata Diawara e la sua formazione strumentale sono un’eccellente eccellenza musicale, che diventa universale quando, dopo aver eseguito, in rassegna, buona parte della sua ultima incisione discografica, Massa, libera ogni impostazione didattica e si lascia andare, guidata dalla concezione tribale del ritmo della sua terra, a tutto quello che nell’Europa musicalmente colta e dotta ha imparato a (con)dividere, dando un saggio di fusion, certificato, oltre che dalla sapienza poliedrica dei quattro sessionisti, anche dall’uso della sua sei corde, non certo una chitarra d’accompagnamento, ulteriormente impreziosito da un’energia esplosiva che ha liberato la parte meno diplomatica degli spettatori, quelli che dopo l’omaggio marleyano alle lacrime delle donne di tutto il mondo – No woman, no cry -, preceduto dal messaggio pacifista lanciato dai Beatles con la loro Imagine, hanno abbandonato le proprie postazioni numerate e si sono accalcati nell’emisfero sotto il palco, lasciando per strada borse, giacchetti, ciabatte e quant’altro, per offrirsi, in tutta la loro energia, a quel canto sfrenato di pace, coraggio e allegria. Grata dell’entusiasmo regalatole dal popolo fiesolano, Fatoumata Diawara ha addirittura concesso ad alcuni spettatori di salire sul palco e ballare con lei e con la sua idea del Mondo le note del quartetto che l’ha accompagnata, in un’orgia straordinaria di energia e vitalità. Poco dopo le 23, tutto è tornato a sopravvivere con gli stenti prodotti e indotti di un paio d’ore prima: il Mali è ancora lì, sospeso e incastrato tra l’Algeria, la Mauritania, la Guinea, la Costa d’Avorio e il Burkina Faso, senza il beneficio del mare; buona parte dei facoltosi spettatori fiesolani hanno riguadagnato la via delle proprie lussuose abitazioni, meravigliati però dalle sconosciute facoltà di questa donna del CentrAfrica, che sta provando, dai palcoscenici di tutto il Mondo, a dare nuovi segnali di speranza.
La meravigliosa ambasciatrice del Mali