PISTOIA. La storia che il sabato, anche ai tempi meravigliosamente irripetibili delle stagioni auree del Blues’In, fosse, resti e così sarà per molto altro tempo ancora, la serata di maggior prestigio artistico, è vera, facilmente comprensibile e obbligatoriamente inoppugnabile. E che la domenica, serata nella quale per decine e decine di anni si sono chiuse le manifestazioni musicali pistoiesi, a popolare il palco di piazza del Duomo non ci fosse proprio la crema o la prima scelta, abitualmente anticipate alla serata precedente, è altrettanto inconfutabile. Il problema, per gli organizzatori (mossi da vili quanto volete, ma indispensabili, ragioni di cassa) e per noi attenti osservatori, inguaribili appassionati e privilegiatissimi accreditati, resta il pubblico. Senza, il Festival Blues, al di là di ogni ragionevole mestizia ottica (la piazza semivuota fa un terribile effetto), senza un’alternativa economica che sostituisca la ridotta vendita dei biglietti, rischia di dover ammainare le vele. Saremmo tentati di addentrarci in un discorso didattico, educazionale, generazionale per capire come sia possibile che a Pistoia, mentre in piazza del Duomo, la Tafuro spa stentava a riempire tutte le seggioline – già segnale di una prevendita non oceanica – con due musicisti di indubbio spessore (Eric Steckel e Fantastic Negrito) a Roma, duecentocinquantamila persone aspettavano in gloria, bivaccando per giorni sotto intemperie equatoriali, l’esibizione di Ultimo, personaggio al quale auguriamo ogni fortuna, ma che, senza essere vetero presagi, dubitiamo possa sopportare e supportare l’urto di una fama al limite dello spiegabile, quella che lo ha trascinato, dalla sera alla mattina, sul tetto numerico degli spettatori, spaventando, seriamente, gli Abba, i Queen, Bob Marley e Bob Geldof. Quarant’anni fa, noi ventenni, eravamo figli di famiglie forse un po’ troppo autoritarie, ma presenti; presenti per amore, tempo, disponibilità, coraggio, morale e quando occorreva, anche per autorità. Ai figli che sbagliavano, i genitori tiravano sberle e calci nel culo e i figli, con le lacrime agli occhi e la rabbia nel cuore, anche se non immediatamente, capivano. I ventenni di oggi crescono da soli; la guida sono le piattaforme sociali, la verità, i suoi derivati. I papà e le mamme declinano ai telefonini e ai tablet il loro durissimo compito educativo; non hanno mai tempo e quando occorre che impugnino lo scettro, si defilano, per non parlare quando dovrebbero alzare il volume delle reprimende. E anche se non immediatamente, si vede. E in considerazione che il peggio debba ancora venire, viriamo da questa inevitabile deriva sociologica e torniamo in piazza del Duomo, con i suoi problemi numerici, dozzinali e di cassa. Il Festival Blues di Pistoia è nato sotto un’altra stella; gli spettatori che riempivano la città e i suoi angoli (anche per pisciare), non ci sono più: sono vecchi, sono stanchi e non sono sufficientemente elastici. Occorre ripensarlo, questo Festival, casomai organizzandolo altrove: in piazza del Duomo, su quel megapalco che ha visto transitare, in oltre quarant’anni, tutte le divinità del Blues e del Rock Blues, invitiamo comici, cantautori pentiti, inutili alfieri del pop e consentiamo le riprese alle telecamere di chi preferisce i Festival Bar ai raduni leggendari; chiediamo, come se fosse un ricatto, a chi ha disponibilità, ma poco gusto, di finanziare quel giro di nulla e con uno stratagemma finanziario dirottiamo quel che basta per riprenderci quella musica che ancora circola e sovvenzioniamo, ad esempio, la Fortezza, per un Blues in miniatura, ma che farebbe gli stessi, identici, meravigliosi danni. Detto questo, però, Walter Trout e i Jet, lasciamoli pure a casa.